domenica 25 agosto 2013

intermezzo 2


Sono riuscito a ritrovare nel vecchio computer, dei file che facevano parte della serie K’sLT. Ha senso proporli, visto il pubblico degli avezzanesi fuori regione; più di uno, si fida delle mie «informazioni». Si parte – come periodo – dall’agosto 2012 e si arriva al gennaio 2013. Aspetterò fino agli inizi di dicembre, per occuparmi di nuovo dell’attualità. (Ne approfitterò per scrivere qualche lipogramma su Avezzano).
A proposito. Venerdì 30 alle 16,30, «Corteo di Sbandieratori e Musici» in piazza Risorgimento. Si sentiva la mancanza d’arlecchinate del genere, evidentemente.
(Lo scorso 21, è andato anche il buon Paolo Rosa. RIP).

venerdì 23 agosto 2013

twin B


Mostra più di un nervo scoperto, la vicenda degli alberi di via Garibaldi.
La rotatoria da costruire in piazza Orlandini è stata ripescata dallo studio dell’«anello a senso unico» (2009). I principali candidati alle ultime Amministrative si sono esercitati alla critica contro l’anello e non stupisce che chi ha vinto le elezioni elimini il senso unico. Ci si aspettava la revoca del senso unico su tutto il tracciato, anziché procedere per tappe (si vuol forse comunicare la sensazione che, al Comune ci si lavora alacremente da più di un anno?) e la liquidazione in blocco di tutto lo studio, anziché scegliere questo sì e quello no – la rotatoria non costruita da Antonello Floris sì, mentre il senso unico avviato da Antonello Floris no. (Suscita invece l’ilarità dei compaesani che tornano per le vacanze l’area pedonale fuori dell’abitato – solo la domenica mattina quando circolano pochissime automobili –, il dehors lungo la SS 5 e l’area pedonale a richiesta. Ha fatto arrabbiare molti il busto a Camillo Corradini: un elemento fuori del nostro tempo e nel posto sicuramente sbagliato).
«Gli alberi erano quasi tutti malati e li ripianteremo al più presto». E’ stato questo il succo della reazione del Comune alle contestazioni. Si tratta di un vecchio copione: uno sguardo alle foto pubblicate nel Web, avrebbe consigliato di cambiare la prima parte. (Una passeggiata mostra invece, che il numero delle piante malate o malandate da anni non è trascurabile). Passiamo alla seconda. Non tutti gli alberi segati, negli ultimi decenni, sono stati ripiantati: è stata coperta di cemento o d’asfalto la piazzuola talvolta; in altri casi il nuovo marciapiede non presenta piazzuole di sorta. (E’ agevole confrontare il filare intatto con quello «nuovo»: manca la corrispondenza, in modo sistematico). Ammontano invece a un centinaio, gli alberi non piantati o non ripiantati, nel Quadrilatero. In breve: le strade del centro erano alberate, fino a quarant’anni fa. (Sono state segate centinaia d’alberi, con disinvoltura). Le piante erano una peculiarità della nuova città; Avezzano è stata progettata come una cosiddetta «città giardino».
Un’altra caratteristica del centro marsicano è costituita dai marciapiedi: essi sono stati tutti costruiti insieme agli edifici, come capita alle città europee nate negli ultimi due-tre secoli. I nostri marciapiedi e le nostre piante hanno quindi lo stesso valore che ha una basilica a Roma o una chiesetta lungo un tratturo per un paesino di montagna. E’ la nostra storia, che piaccia o no.
Fa quasi tenerezza ricordare che un tratto del marciapiede di via X, è stato ristretto per ricavare qualche parcheggio davanti al negozietto della sora Lella – che era rimasta in quel posto sì e no quattro anni –, o il tal albero estirpato in gran fretta perché «faceva ombra» al giardinetto del sor Luigi. La città che abbiamo sotto gli occhi è modellata da centinaia di microstorie del genere: clientelismo allo stato brado.
Più di un sindaco ha avuto l’intenzione di fare del Quadrilatero il «salotto buono» della città ma per adesso, ci si è arrestati a qualcosa che rimanda al luna-park.

martedì 20 agosto 2013

intermezzo


Ho evitato d’aggiungere, alla fine dei pezzi «gemelli» – il prossimo dovrebbe uscire (spero) anch’esso su carta tra un paio di giorni –, le seguenti riflessioni. (Ho puntato sul valore peculiare che hanno da noi le piante e i marciapiedi. Gli alberi non sono cemento ma sono più del verde pubblico, nella nostra storia recente).
«Ci si avvia in tal modo alla commemorazione, tra nemmeno un anno e mezzo del centenario del terremoto. C’è rimasto poco da memorare insieme, di là dell’evento naturale. C’è soprattutto poco da ricordare insieme: insieme a chi? A chi sta manomettendo o distruggendo in modo sistematico e molecolare la città uscita fuori dalla ricostruzione?».

domenica 18 agosto 2013

twin A


Sono volati gli stracci nella vicenda del taglio degli alberi in piazza Orlandini e dintorni: perché? Tutto deriva da un annoso rapporto poco o affatto fluido tra associazioni, cittadini e Comune; non è semplice scarsa fiducia nell’istituzione. Bisogna cercare indietro, nella vita amministrativa degli ultimi vent’anni, per capirne qualcosa.
La rotatoria da costruire è stata ripescata dallo studio dell’«anello a senso unico» (2009), un oggetto odiatissimo – a larga maggioranza – dagli avezzanesi e dai partiti politici. L’«anello a senso unico» è stato accusato di alcune nefandezze, come il far chiudere i negozi presenti lungo il suo tracciato e addirittura, lo stimolare velocità da Gran premio di F1 agli automobilisti. Si smantella a tappe il senso unico, ma si costruisce la rotonda. Un europeo trova tutto ciò almeno incongruente, contraddittorio. (Ci vorranno ancora decenni prima che gli avezzanesi si rendano conto d’aver buttato per puro capriccio alle ortiche una tangenziale interna).
Hanno fatto imbufalire gli ambientalisti più che annoiare le prevedibili reazioni del Comune alle prime rimostranze. «Gli alberi erano quasi tutti malati e li ripianteremo al più presto». A forza di ascoltare questo ritornello da decenni – e da persone diverse –, ci ritroviamo un centinaio d’alberi in meno, solo nel Quadrilatero. (Vanno aggiunte – nella stessa area – anche alcune decine di piante danneggiate o malandate da anni, né curate né eliminate).
Le città fondate o ricostruite dopo il Settecento, sono caratterizzate dai marciapiedi e dagli alberi, nel senso: essi appaiono al momento della costruzione e non sono aggiunti, come succede per tutti gli altri agglomerati, sorti in epoca precedente. E’ stato faticoso e complicato finora, far comprendere ai miei compaesani che i nostri marciapiedi non sono semplice asfalto e che i nostri alberi, non è ordinario verde pubblico. E’ ancora vivo in molti il ricordo del Piano parcheggi (1996), che ridusse la sezione dei marciapiedi del centro per diversi chilometri. Quell’intervento ha prodotto la situazione d’ingorgo che abbiamo oggi sotto gli occhi. (Vi sono strade in città i cui marciapiedi sono stati ristretti ben due volte, nel giro di una dozzina d’anni). Fa scattare i nervi oggi, vedere una semplice ruspa presso un marciapiede.
Infine. Ci si comincia a rendere conto che gli allagamenti del sottopasso di via don Minzoni, sono essi dovuti in buona parte alla quantità di cemento sparsa un po’ ovunque, lungo quella strada e nei suoi dintorni: una fissazione non solo avezzanese, purtroppo. La città comincia ad aver bisogno di liberarsi di tante superfici impermeabili.
Qualche pianta di troppo segata lungo via G. Garibaldi, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
(Il martello del Fucino 13, 2013)

sabato 17 agosto 2013

Cronache ferragostane


A Ferragosto m’è capitato di leggere un comunicato che mi ha fatto vacillare. Lo riporto:

Ci ho messo del tempo per elaborare qualcosa sulla sgradevole sensazione che ho provato e alla fine ho trovato un solo termine: colonialismo. Una situazione simile a quella in cui un indiano o un malese ascoltava i (buoni) consigli e le (ottime) raccomandazioni di un inglese sul come sbarcare il lunario. (Con la differenza che un inglese del periodo coloniale trasportava in giro armi, scienza, tecnica, idee e tecnologia mentre a me è stato proposto un intruglio d’idee raccogliticce, idolatrie, populismo di maniera, rancore, trovate da pubblicitari).
In sostanza: c’è un’associazione che si schiera a favore di una riduzione del PNR Sirente-Velino. Non mi scandalizza che si tratta di un’associazione ambientalista.
E’ l’eccessivo, sovrabbondante resto che infastidisce. Non ci si rende conto che un qualsiasi parco naturale, per quanto troppo esteso, difettoso o imperfetto, difende (poco, tanto, così-così) un territorio dalle attività – legali o illegali – di cavatori, cacciatori, smaltitori, tagliatori, albergatori, lottizzatori. (E’ più difficile rubare la ghiaia di un fiume, costruire decine di villette a schiera abusive, spargere rifiuti tossici e nocivi dove capita in un’area protetta). Capisce ciò chi porta avanti da anni vertenze di tipo ambientale, mentre chi passa la vita a contare il numero degli orsi, dei cinghiali o dei camosci se ne infischia: perché è il suo modo di fare secessione – anche se poi gode in modo parassitario i frutti delle lotte altrui. L’Abruzzo sarebbe un’altra cosa senza i parchi naturali e senza le vertenze ambientaliste degli ultimi trent’anni; sarebbe almeno una pattumiera o un parco dei divertimenti a uso e consumo di chi vive altrove. L’esperienza degli ultimi decenni – soprattutto quella dei tre inceneritori nel nostro nucleo industriale – mi ha insegnato che i vincoli su un territorio non sono mai troppi.
(E’ da incorniciare l’espressione: «vero ambiente naturale»).