venerdì 15 novembre 2013

K'sLT 43


In questo periodo m’è capitato di raggiungere la zona dell’ospedale con una certa frequenza. A forza d’incrociare la Ciclabile nord, m’è venuta voglia d’elencare i suoi vari usi da parte dei compaesani.
Lungo il tracciato s’incontrano persone che camminano a piedi, podisti in allenamento – lasciano una scia di bottigliette d’acqua minerale e d’integratori, ciclisti, ragazzi che scorazzano in motorino, gente con l’Apetta, pattinatori, persone che abbandonano sacchetti della spazzatura, auto parcheggiate di traverso ad interrompere tutta, o parte della suddetta pista.
Il suo colore rosso mattone, fa spiccare maggiormente gli oggetti che lanciano dal finestrino gli automobilisti in marcia.

mercoledì 13 novembre 2013

Passeggiate novembrine


Mi risparmio da decenni le estemporanee di pittura. M’è capitato di passare qualche ora a disegnare insieme a gente che faceva altre cose (fotografare, mangiare, suonare, recitare, chiacchierare, proiettare video, mixare), domenica scorsa. Un ambiente caldo, in qualche modo. Un’esperienza per capire per quali motivi, io mi tengo lontano da manifestazioni «culturali» del genere.
Ho camminato abbastanza in questi giorni di pioggia e m’è capitato di confrontare le rotonde con i giardini pubblici. (Il giardino pubblico è un tema collettivo delle città europee). Le rotonde sono isolette dove non passa nessuno – io le attraverso di quando in quando mentre piazza Torlonia è frequentata da centinaia di persone, ogni giorno. Le prime, a differenza della seconda, sono ben tenute. Può sembrare strano ma è così.

domenica 10 novembre 2013

K'sLT 42


C’è stata una sorta di guerra a bassa intensità, un lavorio discreto contro il passato recente, di là della cultura modernista e fin dal 1915. (La mia prima pubblicazione su Avezzano s’intitolava non a caso, Algoritmi dell’oblio). Dietro cosa c’è, a livello di pensiero?
Gli avezzanesi hanno indugiato finora con il mito della città risorta dalle macerie. (Proprio risorta, prima d’ascendere non si sa dove. Si parla sempre di «vittime» del sisma e mai di morti, ça va sans dire). Tale mito, che cosa nasconde a sua volta? (Quali azioni degli uomini devono sembrare naturali e perciò, al disopra d’ogni sospetto?). L’elenco è lungo in proporzione inversa a ciò che è stato tramandato a livello storico ed è quindi corposo. Colpisce della vicenda il fatto che un centro semidistrutto da un sisma, conta lo stesso numero d’abitanti nel volgere di pochi anni. Com’è potuto succedere? A che prezzo? Quali equilibri sono stati sconvolti, a livello comprensoriale? Chi ha tirato fuori i quattrini per ricostruire (privati, Regno d’Italia, stati stranieri – nonostante la guerra in corso)? Si è preferito distruggere il vecchio impianto urbanistico: perché? (San Giovanni decollato s’è salvato dai picconi per il rotto della cuffia. Dicono che sia stato lo speziale a spiegare ai funzionari del Regno il tipo di costruzione che si voleva abbattere). è stata costruita la periferia-dormitorio prima della direttrice principale della nuova Avezzano (municipio-stazione ferroviaria): come mai? Ci sono volute quattro generazioni per inaugurare un nuovo teatro: perché? (C’è un decennale coriaceo rifiuto della storia a fronte della venerazione tout court di un passato inventato di sana pianta e immancabilmente «glorioso»).
C’è un’enorme massa di domande da porsi in realtà e un lungo lavoro di tipo storiografico da avviare. Sono semplici mie curiosità le precedenti: uno storico porrebbe questioni di ben altro tono e che avrebbero un probabile effetto decisivo sul pensiero locale.
Il terremoto del 1915 entra di diritto nelle commedie cosiddette dialettali ma nemmeno l’arte riesce ad aggiungere qualcosa alla Vulgata ad uso delle élite. La foga di fabbricare un dialetto, una tradizione e di citare sul palcoscenico aneddoti e fatterelli del tempo andato, fa dimenticare un vecchio detto che suona all’incirca: «Dove non ha potuto il terremoto, è riuscita la ricostruzione». (2/2)

giovedì 7 novembre 2013

guerre asimmetriche


A proposito dell’ultimo consiglio di lettura – 4 novembre. Esso mi ha riportato con la mente a trent’anni fa, quando mi era successa una cosa analoga – anche allo «stampatore» d’allora. L’ambiente, la situazione nel frattempo è peggiorata ad Avezzano, seppur di poco – tanto per rassicurare chi mi segue fuori dei confini nazionali.
Al politicante, al parvenu, al potente di turno, non interessa tanto vincere alla grande, pareggiare onestamente o perdere malamente una causa per diffamazione, quanto intimorire il cosiddetto avversario; metterlo nella condizione di non riprovarci più. (Si può cantar vittoria alla sentenza ma quando c’è da saldare la parcella dell’avvocato difensore – per una persona comune –, è tutt’altra musica).
È bene non aspettarsi solidarietà dalla gente comune (compaesani e non), dai partiti (democratici e non), dai sindacati (gialli e non) e dai giornali (cartacei, on-line) – ‘Non mi svegliate ve ne prego | ma lasciate che io dorma questo sonno’. (Qualche filosofo da bar sentenzierà: «Se la sono cercata»).
Mi si venga a chiedere di firmare il referendum contro la chiusura del tribunale d’Avezzano…

martedì 5 novembre 2013

K'sLT 41


Le celebrazioni dell’anniversario del terremoto ad Avezzano sono trite messinscene e non m’aspetto molto da quelle del Centenario, tra un paio d’anni. E' come la leva obbligatoria di un tempo: si partiva sapendo che era tempo perso; era una cosa che andava fatta anche se non se n’avvertiva la necessità. Mi ci portarono quando frequentavo le elementari o le medie. La faccenda si è chiusa lì: come una vaccinazione obbligatoria di cui non ricordi a distanza di qualche anno. Non è solo quello, però.
Gli avezzanesi si disinteressano ai fatti del 15 gennaio 1915 un po’ perché è passato molto tempo e un po’ per la narrazione che n’è stata fatta, degli stessi. Possiamo fare nulla contro il tempo che scorre, ma noi possiamo far qualcosa per contrastare il racconto che le élite che si sono finora avvicendate diffondono agli abitanti.
I romani, commemorano l’eccidio delle Fosse ardeatine (24 marzo) nell’omonima località; per la presa di Roma (20 settembre) si ritrovano nel luogo della «breccia», a Porta Pia. Gli avezzanesi, festeggiano le Forze armate (4 novembre) davanti al monumento ai Caduti; essi però ricordano il terremoto del 1915 fuori del centro abitato. I compaesani si raccolgono alle falde del Salviano, anziché davanti a Castello Orsini, a San Govanni decollato, alle baracche asismiche o intorno alle macerie di San Bartolomeo dove – da alcuni anni –, è stata fatta ricavare in fretta e furia una piccola area archeologica, dal Comune. Può sembrare una stranezza ma non lo è.
Scorrendo la cronaca degli ultimi decenni incrociamo: abbattimento del mercato coperto, edifici pubblici mandati in malora, restringimento dei marciapiedi con taglio della vecchia alberatura, tentata vendita di una scuola media per ricavarne una galleria commerciale, ecc. Sono andate in rovina anche costruzioni private con una storia alle spalle, seppur breve; ci s’aspetta adesso che la Del. 439/2012, dispieghi il suo potenziale. (Vale la pena ricordare la prima applicazione del marsicano «metodo Vitruvio», proprio in città). Non ci si è mai interessati alla lenta e sistematica manomissione, quando non la scomparsa della viabilità precedente – il cambio della denominazione di via Albense è solo un ultimo (odioso) atto.
La «città giardino» del Prg post-terremoto – consegnato in un anno e mezzo – sembra oggi una vecchia utopia, in un Quadrilatero alla mercè delle società immobiliari e di qualche commerciante. Il centro, prosciugato lentamente dei suoi abitanti, è stato indirizzato verso un modello che ricorda insieme il mercato di stracci e il luna-park. La zona, contiene scarsi temi collettivi e nel caso dei giardini pubblici di piazza Torlonia, mal mantenuti.
Mi chiedevo un anno fa, non tanto dove si sarebbero tenute le celebrazioni per il Centenario quanto come trovare un legame di tipo visivo tra l’Avezzano prima del terremoto, quella ricostruita e ciò che abbiamo davanti agli occhi. (Era ancora il tempo della vendita delle scuole, della chiusura del tribunale, del cinema Impero e della Pro-loco – Posta vecchia –, del nuovo corso dell’Arssa – anche del suo parco interno. D.: che cosa c’è rimasto d’importante ereditato dalla città vecchia o dalla ricostruzione?). (1/2)

sabato 2 novembre 2013

Before the flood


Mi sono occupato di questioni «geograficamente» distanti dai miei interessi, negli ultimi tempi. («Ci vuol poco», dirà chi mi conosce bene). M’infastidisce sentir parlare male di parchi e riserve naturali, e le nostre testate locali quest’anno ci sono andate giù duro.
Ho anche capito dal numero dei commenti che certi argomenti interessano poco al punto che si possono scrivere senza problemi delle amenità. (Ci sono andate giù duro, anche in questo caso). Io pubblico qualcosa sul traffico o sul nostro centro città nel blog, e i miei contatti impennano mentre su una testata on-line molto seguita, per un orso o un cervo ucciso a fucilate non succede lo stesso e bisogna ricorrere al sensazionalismo o – peggio ancora – al complottismo per indirizzare gli internauti.
Mi resta facile confrontare i beni artistici e quelli ambientali. Gli ingredienti politici sono stati identici: lo stato è intervenuto prima sul patrimonio naturale e dopo alcuni lustri, sulle nostre città d’arte. Le reazioni sono state però diverse. È filato tutto liscio, nel primo caso mentre nel secondo, s’è assistito a fenomeni di estesa resistenza da parte di chi lavorava nel comparto, di studiosi e critici d’arte. È utile ricordare che tale movimento d’opinione ha prodotto una gran mole di articoli, petizioni, incontri, conferenze e libri.
(Detto in maniera semplificata. Buona parte dei fondi riservati alle Belle arti, finisce in mostre anziché agli scavi e alla catalogazione e quelli destinati ai Beni ambientali in promozione turistica anziché alla ricerca. Da decenni. Il modello imposto è a metà strada tra il parco a tema e Sugar Mountain).
Il personale (poco motivato) di parchi e riserve naturali è in realtà un po’ diverso da chi lavora nelle Soprintendenze. I Parchi sono pieni d’impiegati e segretarie anziché di biologi; gli stessi enti fanno poca ricerca e pubblicano ancor meno. C’è bisogno di biologi, di botanici e anche di geografi e di storici per funzionare, semplicemente.