lunedì 12 ottobre 2015

Twins


Sono rimasto in città oggi – con l’Adsl a singhiozzo –, non vado a concionare contro il governo, ma pubblico un link sul tema Ombrina Mare2 – a me ha colpito abbastanza:
Era uscita roba del genere, dalle nostre parti, tempo fa:
Sono pezzi pensabili da almeno quarant’anni in realtà, anche se non se ne leggono molti in giro per il web. Manca la figura dello Stato repressivo o anche opprimente a favore di un’istituzione che invece mobilita, suggerisce alcuni comportamenti. Una sua articolazione, nel primo caso, propone addirittura un referendum nazionale sulla questione delle trivellazioni nel mare Adriatico: democrazia diretta – al netto del quorum da raggiungere.
Perché allora sono ancora in piedi i comitati NoOmbrina – anche NoPowerCrop – una volta che il consiglio regionale – quindi gli abruzzesi tutti, in teoria – hanno fatto almeno proprie le loro richieste? Hanno ancora senso alcune centinaia di attivisti rispetto a un’intera regione popolata da oltre un milione e 200mila abitanti, come nel nostro caso? È solo narcisismo, voglia di mettersi in mostra?
Gli articoli linkati lasciano intravedere perché tali comitati fanno solo bene a proseguire nelle loro rivendicazioni. Una domanda utile a questo punto è: che fine ha fatto il collateralismo delle associazioni di categoria e dei sindacati, è scomparso insieme alla cosiddetta Seconda repubblica o è mutato nella forma? (Tralascio l’argomento del rapporto tra mondo politico, grandi imprese, poteri forti e lobby). Anche: è un vantaggio o uno svantaggio, un governo centrale dello stesso colore di quello locale?
Un innocente articolo così principiava: «Torna alla Regione la patata bollente della Powercrop “corredata” dalle osservazioni dei giudici del Tar Abruzzo che, chiamati a decidere sul ricorso presentato dalla società contro il no all’autorizzazione unica ambientale, hanno optato per una strada intermedia, ovvero la “sospensione” del provvedimento, […] con richiesta di riesaminare le carte sulla base di precise osservazioni relative alle diverse argomentazioni messe sul tavolo dai contendenti (da una parte l’azienda – con il sostegno dei sindacati –, dall’altra la Regione e il Comune di Avezzano) perlopiù favorevoli alla Powercrop», M. Sbardella, Powercrop, autorizzazione da riesaminare per il Tar, in «TerreMarsicane» 30 luglio 2015, sono miei i grassetti. (La risposta giusta è perciò la seconda).

venerdì 9 ottobre 2015

on demand


Sono generalmente incredulo quando leggo un pezzo sui siti web locali. (Dipende da me, lo so). In settimana mi è stata segnalata una notizia riguardante l’area verde dietro il castello con l’invito a metterci una pezza. Il giorno seguente è bastato un titolo della stessa testata per farmi cadere le braccia e poi a non pensarci più: «Castello, il Comune si “riappropria” del parco». (Effetto Striscia la Notizia del tempo andato). Ci ho ripensato in seguito.
L’oggetto dei due articoli è il vandalismo. (È un tema familiare ai contemporanei, il vandalismo giovanile; diciamo pure che non ci si presta abbastanza attenzione).
L’area del castello ricorda piazza G. Matteotti per il tipo di traffico da cui è circondata. (Per intendersi: sarebbe identica se immersa – tutta, in parte – in una Ztl, se fosse stata attuata – dal Prg del 1969 – la pedonalizzazione di parte del lato est?). L’aria conferitagli dalla cancellata che la circonda, evita che si consideri un’aiuola spartitraffico tout court. Lo stesso elemento dà ai forestieri l’idea di un’area che possiede un certo pregio, di là di come stanno effettivamente le cose. La principale diversità con il piazzale della stazione ferroviaria consiste nell’essere divisa in tre parti: giardino, castello, parco. Tale partizione mostra un’ambiguità che la accomuna con piazza A. Torlonia – anche se in maniera meno drammatica. È comprensibile Castello Orsini come patrimonio comune degli avezzanesi e non solo. Si può affermare lo stesso – con qualche forzatura – del giardino prospiciente l’ingresso principale del maniero. Il parco per la sua posizione riguarda invece uno o più quartieri, uno o più isolati?
Dalla testimonianza riportata dal primo articolo, mi è facile ripetere – con alcune variazioni – quanto riflettuto pubblicamente circa piazza A. Torlonia, piazza G. Matteotti e i portici lungo via G. Marconi di recente.
Che cosa è successo, secondo me? Qualche giovane ha sporcato, devastato l’arredo urbano – commettendo uno o più reati –, ma la storia si è chiusa lì, per motivi che non m’interessano. Non è difficile immaginare una o più coppie di trentenni che evitano di portare il proprio pargolo in un luogo considerato sporco o un pugno di ottantenni che non va più da quelle parti perché le panchine sono inagibili. Uno imbratta o sfascia una panchina, un altro non pulisce, aggiusta o cambia una panchina che non va più bene in tempi ragionevoli e un altro ancora, smette di mettere i piedi in un posto dove non può sedersi comodamente: inizia in modo simile una qualsiasi storia di degrado. (Tali abbandoni provocano anche una situazione simile a quella descritta per i portici durante l’ultima estate: si ritrovano persone che hanno all’incirca la stessa età e che anziché controllarsi vicendevolmente, sono complici nel bene e nel male).
L’unica soluzione non è perciò la video-sorveglianza e il controllo da parte delle forze dell’ordine. (In ogni modo: le panchine in pietra, resistono molto più di quelle dal design che più nuovo e più cool non si può).
Quarant’anni fa usciva Horcynus Orca. 

giovedì 8 ottobre 2015

figure di cartone


Sono rimasto incuriosito dal titolo di una mostra che si sta tenendo da queste parti – durerà fino a gennaio: Avezzano e la Marsica: come eravamo prima del 13 gennaio 1915, giorni addietro. (Già: com’eravamo chi, cent’anni fa?).
Ho dato una capatina sabato scorso e mi sono accorto che l’iniziativa pur presentando un tono dimesso, possiede alcuni tratti delle manifestazioni più blasonate del Centenario. È una mostra di presepisti e perciò di modelli, ma non solo. In una normale esposizione del genere, noti (invidi anche) la pazienza e la perizia mentre nel nostro caso – sotto quel titolo ma soprattutto dietro quella cornice –, la prima cosa che ti capita sotto gli occhi è lo strafalcione. Ci si aspetta invece un briciolo di elaborazione in tal caso; una mezz’idea che tenga per una settimana o poco più.
Segnalo solo il tratto comune della cultura come passività: il sottotitolo della mia ultima pubblicazione conteneva non a sproposito il termine spettacolo. La passività – anche in quest’occasione – non si rileva solo da parte di chi assiste, osserva, ma anche di chi rappresenta.
Un paio di brevi esempi.
(3D). Riproducendo una piazza di un secolo fa devo purtroppo inserire delle persone: ho bisogno far comprendere le proporzioni. Chi frequentava le piazze in quel periodo? Quanti? Quanti mestieri svolti all’aperto un secolo e passa fa, sono scomparsi alla fine degli anni Cinquanta? (Soprattutto in plastici inferiori a 1:50). In breve: come funzionava una piazza o una strada? Come aggiungere un colore – anche il posto giusto di un comignolo –, alle facciate degli edifici riprodotti in modo tanto fedele?
(2D). Di un Castello Orsini (Avezzano): perché disegnare minuziosamente la sua attuale sagoma e tralasciare le pietre? (Nel senso: bisogna far risaltare almeno la parte aggiunta nel restauro).
Non sono solo questioni filologiche.

lunedì 5 ottobre 2015

un'aggiunta


Qualcuno a proposito del post precedente mi ha chiesto: «Che fare, allora?». L’avevo fatta complicata a tal punto che quella, era l’ultima domanda da porre. (La complico ancora).
Ho scritto: «la zona “giovani” della piazza ha aperto una sorta di succursale sotto i portici». Non è una persona e perciò non ha alcuna autorità la «zona giovani» per imporre qualcosa. È invece successo che cosa d’altro nella vicenda dell’affollamento dei portici? È semplice: gli adolescenti e alcuni giovani hanno «scoperto» quel luogo, a cinquant’anni dalla sua apertura.
Ho raccontato nel vecchio blog di aver messo i piedi nell’aula di terza media almeno dopo vent’anni di assenza e di averla trovata particolarmente angusta: una persona ha percezioni diverse di uno stesso luogo, a distanza di tempo. Nel nostro caso è successo che un paio d’anni fa qualche gruppo d’adolescenti, ha preso a colonizzare quel passaggio. (Nel senso: è vissuto come tale da me e da un’amplissima maggioranza degli avezzanesi). Si è trattato perciò di persone accomunate dall’età. Si è notata qualche altra comitiva l’anno passato e nel 2015 si è registrata l’apertura di una kebaberia – lo so che suona male. (Il secondo locale ha aperto da quelle parti perché conveniente o perché affollato?).
Si può anche provare a collegare la mia esperienza della piazza con quella di persone che potrebbero essere miei nipoti, ma è tempo sprecato. Il Comune in realtà, può solo chiedere ai titolari dei due locali di lasciare libero dai tavoli e dalle sedie il metro e mezzo di corridoio concordato.

venerdì 2 ottobre 2015

guarda la luna


City Living risale agli inizi di settembre. Durante lo stesso mese la cronaca ha registrato un paio di episodi nella stessa zona: un prete che interrompe la messa – un paio di volte – per zittire i giovinastri che rumoreggiavano sul sagrato della Cattedrale e un’aggressione nel parcheggio del Palazzaccio. Per intendersi:
Poi questo:
Si chiedevano maggiori controlli delle forze dell’ordine, soprattutto da parte dei commentatori.
Io sono costretto a vederla diversamente per alcuni motivi.
Ho raccontato al vento sei anni fa che la piazza principale non sopportava più il carico dei suoi frequentatori per cui si assisteva a dei crocchi – soprattutto di adolescenti – nelle sue immediate vicinanze. (È l’unico spazio pubblico decente – oltre a piazza Torlonia – in una cittadina di 42mila abitanti. È stato saggio non applicare un’ordinanza del precedente sindaco che vietava di sedersi sugli scalini intorno alla piazza).
Avevo notato nella stessa occasione, che era mutata la tipologia dei suoi frequentatori pomeridiani: quelli che non andavano a «lezione-di-qualcosa» due-tre volte a settimana. (Dove sono finiti i liceali d’antan?). Si registra – rispetto a dieci-quindici anni fa –, un maggiore affollamento in determinate ore del giorno, mentre è pressoché deserta in altre. È cambiato qualcosa negli ultimi sette anni – dopo Streaming with light – in piazza del Risorgimento? (Nel senso: come alcuni esercizi – vecchi, nuovi – hanno cambiato qualcosa nella zona dal 2008).
Per farla semplice: la zona «giovani» della piazza ha aperto una sorta di succursale sotto i portici (via G. Marconi). È bene però essere più preciso da parte mia. Uno spazio pubblico contiene almeno tutti i residenti: femmine, maschi, giovani, vecchi, di mezza età, locali, forestieri, professionisti, colf, operai, ragionieri, pensionati, disabili, eccetera; in percentuali diverse, secondo i giorni e gli orari. (Ci si controlla gli uni con gli altri, in ogni modo). Nel tardo pomeriggio la parte superiore della piazza attira prevalentemente adolescenti e giovani. Sotto i portici si ammassano invece – da alcuni mesi e nello stesso orario –, solo gli adolescenti e i giovani; si tratta di gruppi abbastanza folti: è un formicaio in alcune ore del giorno. Incontri solo facce giovanili. Mi capita di attraversare quel posto e non è facile arrivare dall’altra parte perché presenta almeno due barriere in prossimità dei locali. (Devi chieder loro di poter passare: col cazzo che si spostano – perdonate l’espressione idiomatica – quando ti vedono a pochi centimetri di distanza. È anche facile sentirsi un estraneo lì dentro, se hai più di trent’anni). Resta uno spazio pubblico nonostante ciò, ma bisogna aggiungere che c’è una forte complicità tra i frequentatori – con tutto quello che ne consegue. (È più complicato sedare una rissa o scovare uno spacciatore, tanto per fare due semplici esempi). È perciò un fenomeno marginale qualche gruppo che trova posto nel parcheggio interno. Sono curioso di vedere come andrà a finire tale assembramento con i primi freddi o una volta terminato il restyling della piazza, che prevede una notevole riduzione della succitata zona «giovani».
Il problema non risiede perciò la corte interna del Palazzaccio ma ciò che avviene almeno sui lati dell’isolato – fatta eccezione per via G. D’Annunzio. Tale spazio è utilizzato più che altro come dépendence. Tralascio la questione dei giovani ubriaconi o «fatti» motorizzati che incrociano nel tardo pomeriggio e di sera nella zona.
(Ho scritto cose simili nel vecchio blog al tempo dell’omicidio Kercher a Perugia. In quell’occasione si era alla presenza di pezzi di quartiere abitati da gente proveniente dai quattro angoli della Terra ma tutti ugualmente studenti – sotto i trent’anni).