venerdì 12 agosto 2016

È uscito a luglio, quest’altro e ancora su Site – che è ancora fermo. Avevo programmato di rimettere le mani sull’argomento a breve ma sono ancora fermo. Il prossimo postaccio sarà dedicato all’asfalto versato lungo la strada dei Prati d’Angro.
(Hanno inaugurato il parco giochi a fianco della chiesa nel frattempo e non è granché, ma meglio di niente: pochi giochi e troppo sole nei mesi estivi).
Consigli per le vacanze ferragostane:

Sceglie anche la propria opposizione chi comanda e perciò governa, ad Avezzano. È una considerazione più volte espressa la mia ed è tornata a galla con l’annunciata vendita ai privati della scuola elementare su via G. Garibaldi, a fine giugno.
Io glisso sul mandare in malora un edificio pubblico – prima e dopo la dichiarazione d’inagibilità: è ormai un’abitudine dei compaesani.
I pubblici amministratori, i numerosi partiti e liste locali non hanno pensato minimamente a come gestire tale situazione, negli ultimi anni; si poteva mettere in sicurezza, ristrutturare, riutilizzare, abbattere in parte per trasformare in verde pubblico, parco giochi, spazio sociale?
La soluzione prospettata non è delle migliori ma delle peggiori perché priva definitivamente di spazi pubblici un’ampia zona – oltre il Quadrilatero – che ne è sprovvista.

(Immagino che tra non molto, gli abitanti intorno alla Santissima Trinità scopriranno di non aver avuto per generazioni un pezzetto di terreno per far giocare i propri figli).

sabato 6 agosto 2016

Trasporto qui un po’ di roba vecchia; quello che segue è stato pubblicato su Site nello scorso mese di giugno. (Il sito è ancora fuori uso dopo un recente attacco hacker).
Ci si fionda soprattutto nell’immaginare soluzioni alternative nel caso di una struttura abbandonata; il buon Umberto Irti aveva dichiarato – nell’articolo di Raschiatore che cito nel post: «spazio verde e pista ciclabile». Chiacchierando con altri era spuntata fuori un’unica idea: pista ciclabile. Era però sortita quest’altra pensata che io trovavo almeno bislacca: «Sono allo studio progetti per l’utilizzazione della ferrovia con trenini navetta e la realizzazione di una minuscola stazione in via Aquila, per quella che potrebbe diventare una metropolitana di superficie della città», P. Palladini, “Salvare la ferrovia del nucleo industriale”. Raffaello Di Domenico, Unesco, con l’Archeoclub contro il Comune di Avezzano, 11 giugno 2016.
Il mio invito era perciò indirizzato alla conoscenza (a piedi più che negli archivi) di quel tratto – in più punti non c’è spazio per far circolare contemporaneamente i pedoni e i ciclisti; una pista ciclabile tra l’altro, allontanerebbe chi già frequenta quella zona. (Mi accontenterei di normalissimo prato, del ghiaietto per camminarci sopra, qualche panchina – dove la sezione è più larga e quegli alberelli striminziti che vanno di moda da noi – la distanza dai bar del centro è la miglior polizza contro gli ubriaconi in erba che si divertono a spezzarli. Alberelli piantati con regolarità lungo tutto il percorso. È bene conservare una traccia: c’è l’architettura tra la distruzione e l’imbalsamazione).

Parto con un elemento autobiografico. Appare una mostra collettiva a Lingotto Fiere nel mio curriculum – il luogo è una parte dell’omonimo gigantesco complesso torinese ristrutturato.
Sono informato da maggio circa l’intenzione di vendere i lotti lungo la ferrovia ormai in disuso che dalla stazione ferroviaria giunge al nucleo industriale da parte della proprietà. (Non mi dilungo sulle precedenti schermaglie tra Rivalutazione Trara srl e Comune d’Avezzano né sull’abbondante resto, anche se si presenta la questione: dove facciamo iniziare la storia?). La cittadinanza ha saputo della vicenda attraverso una lettera di Umberto Irti pubblicata sul più diffuso quotidiano regionale; in essa si chiedeva un deciso intervento da parte del Comune: «La proprietà dell’intero tracciato deve passare al Comune di Avezzano prima che lo facciano i frontisti» – R. Raschiatore, In vendita l’ex ferrovia della città. L’Archeoclub: danno gravissimo in «Il Centro» 10 giugno 2016.
Si può perciò già scrivere che non tutti gli imprenditori e tutti gli amministratori italiani sono della stessa stoffa.
Il destino di tale tracciato era segnato da diversi anni e la campagna elettorale per le Amministrative del 2012 era la miglior occasione per porre almeno la questione. Il tema richiede rilevanti doti e capacità politiche, di progettazione. I principali partiti hanno invece preferito puntare sulla liquidazione dell’Anello a senso unico per recuperare il voto dei commercianti oppure hanno sciorinato il rendering di un avveniristico ponte ciclo-pedonale a scavalco su detta stazione ferroviaria (Unione dei Marsi, centro-destra). (Gli amministratori continuano da oltre vent’anni a riversare quattrini per imbellettare piazza Risorgimento e i suoi dintorni).
A nessuna associazione privata è nel frattempo balzato in mente di organizzare una giornata ecologica di sorta per liberare quell’infrastruttura (tutta, in parte) dai rifiuti abbandonati dagli sparuti adolescenti e dagli accompagnatori di cani che la frequentano – glissando sul fatto che si tratta in ogni modo di una proprietà privata.
Bisognava utilizzare sull’argomento anche le celebrazioni del Centenario anziché ripiegare sul ferrovecchio fatto pervenire da Roma ed esposto per mesi in piazza Torlonia. Invece: «È un evento di grande spessore storico-culturale ed emotivo quello realizzato dalla Pro loco che ha voluto restituire agli avezzanesi una concreta testimonianza del loro passato», in Centenario del terremoto, nuove iniziative della pro Loco di Avezzano, in «TerreMarsicane» 2 dicembre 2014; «la Pro-loco ha in programma l’organizzazione di visite guidate alla “stazione della storia”», M. Sbardella, Velino 08 “plana” sulla strada ferrata di piazza Torlonia, in «TerreMarsicane» 19 dicembre 2014. Una volta concluso lo spettacolo del Centenario, il ferrovecchio di cui sopra è stato riconsegnato al legittimo proprietario; nessuno dei sedicenti storici e cultori di storia locale, si è esposto – allora come oggi – sul tracciato in questione, certo precedente il locomotore «Velino 08» e rimasto a ridosso del Quadrilatero dagli inizi del Novecento – che rappresenta una delle rare testimonianze della vecchia Avezzano. (Più «concreta» ma soprattutto integra di così!).
La vicenda non è approdata – com’è ovvio – nel Masterplan della Regione eppure è piuttosto evidente la rilevante mole di denaro necessario per ristrutturare quel percorso in qualche modo.

È perciò da evitare lo spezzettamento di tale tracciato nell’immediato. Impiegherei molto tempo invece per impostare delle proposte decenti di riutilizzo – rifiutando soluzioni alla moda –, trattandosi di una strada ferrata in qualche modo sospesa perché ormai senza un’origine né un approdo; un pezzo di città rimosso e totalmente sconosciuto ai più. (Bisogna frequentarla a piedi, per farsene un’idea).

martedì 2 agosto 2016

Ho avuto modo di arrabbiarmi non poco negli ultimi mesi: sono stato l’unico a criticare l’Amministrazione comunale per la vicenda della scuola elementare di via G. Garibaldi. Ho sbroccato nel vedere le immagini della strada asfaltata ai Prati d’Angro e sorvolo la vicenda del nuovo tracciato autostradale che passa per l’Appennino. (Riprenderò a scrivere sì e no una volta al mese nonostante le sollecitazioni; non contate su me). Riparto con un inedito risalente al maggio scorso.

Ho letto un articolo dedicato all’Abruzzo agli inizi di maggio che mi ha riportato con la mente a trent’anni fa: era composto come quelli di allora. Negli anni Ottanta sono sbucate in edicola alcune riviste (abruzzesi) che parlavano delle nostre province, della loro cultura. (Per essere sincero, salvo giusto qualche servizio e De rerum Natura, una rivista tematica uscita però nel 1993 di quella produzione). Non m’interessa descrivere in quest’occasione i motivi dietro tal effervescenza quanto dei contenuti di dette pubblicazioni. L’Abruzzo generalmente descritto, mostrato – erano zeppi d’immagini a colori certi articoli – era in realtà ciò che gli altri italiani si aspettavano da noi; non si trattava perciò di uno sguardo locale – con tutti i suoi limiti. (Gli stessi materiali impiegati negli articoli sovente non erano di prima mano). Gli abruzzesi sono dediti alla pastorizia secondo la Vulgata corrente e il fotografo della rivista XYZ batte l’Appennino in lungo e in largo per trovare qualche vecchio pecoraio; nelle grosse città immaginano che siamo religiosissimi e sulla costa pubblicano un’intervista a un critico su qualche affresco di soggetto sacro o qualche paginata di foto sui serpari di Cocullo. E così via.
È un montaggio di frammenti tale narrazione. Elementi decontestualizzati e perciò buoni per i racconti più diversi.
S’incrociavano brandelli di paesaggio, scorci di paesini, pezzi di facciate, primi piani di alberi scorrendo le pagine di quelle riviste di carta patinata. Si notavano dei panorami ma solo al tramonto – per far risaltare la silhouette del terreno o di un agglomerato. Le immagini di quel tempo erano attraenti, glamour, ritoccate, ripulite da erbacce, cartelli, macchie, nuvole, rifiuti, tracce, deiezioni di animali. (Nessuna allusione nemmeno a straripamenti, slavine e incendi). Stentavo a riconoscere montagne, valli, boschi, paesi frequentati a piedi in quel periodo – come Roma in Identificazione di una donna (M. Antonioni, 1982). L’obiettivo indugiava sul monumento, sul particolare, sul dettaglio ma glissava sugli spazi pubblici e sui tracciati degli agglomerati da cui avevano preso origine quei soggetti rappresentati, quando si trattava di centri abitati. (Perché i portoni, le finestre, i tetti sono uguali o simili ovunque mentre i paesini dove si trovano sono diversi uno da un altro?). Rimandavano ad altre immagini del Midwest, della Lapponia, dell’Amazzonia, dell’Himalaya, le nostre per via del loro taglio.
Gli scritti prendevano generalmente lo spunto da una serie di topos più che da circostanze, dati o fatti (vecchi, recenti) mescolati e ripetuti fino a ottenere una sorta di litania – recitata non di rado malamente.
Si parte dal luogo comune secondo cui noi viviamo in un posto selvaggio e isolato dal resto della Penisola: «In effetti, le difficoltà delle vie di comunicazione, in passato hanno molto pesato in negativo per lo sviluppo della regione». Ciò contrasta con la storia dell’umanità: l’uomo ha messo piede nella Marsica 40mila anni fa mentre i nostri più vecchi insediamenti risalgono solo a qualche millennio fa. (Il fitto reticolo delle vie di comunicazione precede notevolmente la diffusione del fenomeno urbano). Da ciò però discende lo slogan: «Regione verde d’Europa». «E’ davvero un Eden l’Abruzzo», è constatato nel pezzo mentre secondo gli agronomi e i forestali abruzzesi, a metà maggio: «I boschi d’Abruzzo […] sono completamente abbandonati a se stessi». Sui fianchi del monte Salviano, nell’omonima riserva naturale «Sono state raccolte decine di tonnellate di rifiuti di ogni genere» durante una giornata ecologica, a detta di MarsicaLive il 18 aprile 2016. Mi risparmio argomenti come il dissesto idrogeologico, l’inquinamento delle acque superficiali e sotterranee. (Giova anche ricordare che i nostri parchi, le nostre riserve naturali non sono piovute dal cielo…).
Il fascino della regione non è solo un vanto (prevedibile) dei suoi abitanti: «Lo raccontano in pagine stupende letterati e viaggiatori che, nei due secoli precedenti, hanno visitato l’Abruzzo: Edward Lear, Maud Howe, Ferdinand Gregorovius, Richard Keppel Cra[v]en, Anne [MacDonell], John Cu[th]bert Hare ed altri. E ancora, nei loro appunti di viaggio e nei loro scritti, ne parlano Carlo Emilio Gadda, Ugo Ojetti, Mario Soldati, Guido Ceronetti, Alberto Savinio, Guido Piovene, Carlo Castellaneta, e più di recente Paolo Rumiz, per citare gli scrittori più noti. Senza contare i nativi abruzzesi Gabriele D’Annunzio, Ignazio Silone, Laudomia Bonanni, Mario Pomilio, Ennio Flaiano, per limitarci ai più grandi».
C’è da registrare un’aggiunta nel pezzo in questione: da noi vive «una gente forte, gentile ed ospitale», non più solo «forte e gentile» come secondo il vecchio detto – men che mai la «gentarella» come invece dichiarato da Raffaele Colapietra e appoggiato dal sottoscritto. La novità è invece consistita nel riportare: «l’Abruzzo tra i migliori posti al mondo dove vivere», pescato da una recente classifica apparsa su HuffingtonPost. Gli abruzzesi già sapevano che nel 2015, si era registrato – per il terzo anno consecutivo – un trascurabile calo della popolazione nella regione: gli umani non sgomitano di sicuro per raggiungere le nostre vallate. (Vi è da aggiungere: nonostante i recenti, straordinari flussi migratori).

Tante dichiarazioni d’amore per la propria terra e decine di foto dei nostri corsi d’acqua – diventati spumosissimi e avvolti dalle brume in fotografia –, non ostacolarono la cementificazione delle sponde di qualche fiume, proprio in quel periodo di spensieratezza collettiva. Trent’anni dopo ci si è invece ritrovati – come abruzzesi – a opporsi alle trivellazioni di pozzi petroliferi a ridosso della nostra costa, nonostante gli innumerevoli scatti alle «spiagge dorate» e a qualche vigneto di Montepulciano, le monografie, le descrizioni più che benevole, i pezzi ispirati e le citazioni colte. Sono stati resi accessibili o almeno visibili – nel frattempo – tutti quei castelli, i siti archeologici, gli affreschi, le cinte murarie, le torri e i «pregevoli» dipinti decantati? Tutto ciò significa che quei prodotti editoriali non sono stati utili agli abruzzesi – nemmeno lontanamente – per la comprensione della realtà regionale risalente a un paio di secoli fa, al tempo del nostro terremoto, oggi. Già, come si è prodotto tutto ciò che incrociamo con il nostro sguardo andando in giro?

venerdì 8 aprile 2016

Ciao

Ho tralasciato da molto tempo, dei fatti che erano rilevanti per me fino a pochi anni fa: ci avrei scritto un post per ognuno.
Gli ultimi esempi. Nell’ultima settimana di febbraio ho incrociato ogni giorno una scarpa abbandonata da qualcuno. (Una per cinque giorni). Sabato santo ho notato diverse ragazze fotografare anzi, melafonare le chiome rosa degli alberi in fiore sotto casa, nel senso: più numerose che negli anni passati. Ho notato un maggiore afflusso di persone verso la cattedrale per via dell’Anno santo, soprattutto di mattina. Ho perso un po’ di tempo per averne un’idea e senza scrivere nulla sugli effetti del recente divieto di gettare in terra le cicche di sigaretta: ci si fa attenzione giusto nel Quadrilatero. Ho notato che una gattara delle mie parti lascia insieme ai croccantini qualche pacco di würstel – chiuso ovviamente. Agli inizi del mese ho incrociato di nuovo il venditore di poesie – ne avevo trattato nel dicembre 2014. Che dire, dell’innocuo Oublier (3 marzo) cliccato ben 1631 volte in un giorno, solo negli Stati Uniti? Com’è potuto succedere?
Ho cominciato il percorso del blog con un progetto che ha subito qualche modifica. Mi sto però chiedendo da alcune settimane: desideravo proprio sbugiardare, irridere, scrivere così tanto su amministratori locali, imbratta-pagine del web e personaggi pittoreschi? Più no che sì e ho perciò deciso di chiudere il blog. Ho sbagliato qualcosa. Mi sono allontanato da ciò che consideravo la mia via maestra. Sento oggi il bisogno di concentrarmi maggiormente su ciò che mi scorre davanti e che riesco a percepire non più come una volta e ancor meno a raccontarlo. Voglio tornare ad ascoltare le chiacchiere e le battute degli altri in giro più che i sottili ragionamenti, le «marchette» e i commenti di chi scrive nel web. Avere una mezz’idea di ciò che frulla in testa alle persone – a pochi –, di là delle maschere che s’indossano quando ci si trova alla tastiera. La zona sud d’Avezzano è da visitare con calma, prima che distruggano alcuni vecchi spazi comuni dove intrufolarsi ancora. Voglio anche avere più tempo per leggere altri libri – di carta.

Ringrazio per primi i miei follower e poi tutti gli altri, soprattutto quelli sparsi per il mondo, che mi hanno dato l’energia per tirare avanti negli ultimi (davvero lunghi) dieci anni. Beh, mi sono divertito abbastanza.

giovedì 7 aprile 2016

Vecchi frammenti 9


S’ignora il motivo della scelta da parte dei primi abitatori: le zone lacustri sono tristemente famose per la monotonia del clima. […] Grane e colori sembrano casuali; all’interno di un quadrato potrebbe starci indifferentemente terra di diverso colore o sabbia o prato all’inglese. […] Non sempre gli abitanti sanno identificare il quartiere in cui abitano, per questo non esiste competizione tra i vari quartieri. […] A prima vista dà l’idea di una città moderna, giovane; solo dopo un po’ di tempo ci si accorge di trovarsi dentro una grossa fiera dell’edilizia mediocre e a basso costo. […] Con il suo proliferare la città finisce per invadere zone abitate da animali selvatici. Perciò succede che alcuni animali domestici inselvatichiscono, mentre altri animali selvatici tendono a divenire domestici. […] Passeggiare offre anche la possibilità di conoscere abitudini locali come quella di percorrere brevissimi tratti in automobile, fermarsi in doppia fila – senza spegnere il motore –, fare rapidi acquisti in un esercizio commerciale, risalire a bordo, ripartire e ripetere lo stesso rituale all’isolato successivo. (Algoritmi dell’oblio, 2000)