sabato 17 settembre 2016

Dopo il terremoto di cent’anni fa i compaesani (vecchi, nuovi) hanno ripreso le stesse pietre, non squadrate casomai e fabbricato nuove abitazioni. Oubliez! È finita lì anche dopo il sisma nell’Irpinia (1980), eppure la maggioranza degli attuali avezzanesi ricorda sia le scosse sia le crepe negli intonaci: una casa a norma ogni anno da allora – una villa monofamiliare per carità, non la classica palazzina con trenta appartamenti – e il patrimonio edilizio cittadino sarebbe più sicuro di quello che abbiamo. (Più cemento, staffe, acciaio; giunti tecnici). Trentasei costruzioni. Il terremoto nell’Aquilano (2009) è servito a confondere le idee circolanti da queste parti più che far crescere la sicurezza o almeno il suo desiderio nelle nuove costruzioni. (Qualcosa di buono si è cominciata a vedere in giro per i cantieri, in verità). Sante perciò, le parole di Fernando Boccia: «Alla mia domanda al vicesindaco: “Se la scuola riapre significa che è sicura. Ma quindi è sicuro che se fa una scossa di terremoto i nostri figli possono stare tranquilli”, la risposta di Boccia è: “Ma perché se fa il terremoto, casa tua è sicura?», M. Tirabassi, San Simeo, arrivano le telecamere di Sky e scoppia la bagarre, in «TerreMarsicane» 29 agosto 2016. (Parlava di «casa tua» non quella del conoscente rompiscatole o la sede locale dei nazisti dell’Illinois).
Era consigliabile la calma da parte di molti, una volta lette le parole del vice-sindaco dopo l’ispezione dei tecnici (Enea): «il complesso scolastico ha indici di vulnerabilità sismica superiori ai limiti definiti dalla relativa normativa […] il plesso scolastico Corradini/Mazzini/Fermi rientra nei parametri di legge per l’esercizio delle attività scolastiche», 7 settembre 2016. Come non concordare anche con Pietro Guida quando scrive: «Questa non è più adesso, una protesta contro le scuole che non sono sicure, è una rivolta contro il sistema. E’ una ribellione contro la politica, contro i tecnici e contro lo Stato stesso», MarsicaLive 6 settembre 2016.
Si sente parlare comunemente di «rischio sismico, idrogeologico e vulcanico». Da noi invece, oggi? Cammin facendo, molti di noi si sono persi qualcosa. Una vallata che frana ha effetti così diversi da un terremoto, è meno devastante? Al tempo della legge regionale cosiddetta salva- o ammazza-fiumi, io sono stato l’unico a scriverne, a schierarmi contro nella Marsica: «La differenza tra l’oggi [prelievo di sabbia e sassi dai fiumi abruzzesi] e trent’anni fa [cementificazioni, canalizzazioni] consiste nel fatto che allora, tu trovavi il democristiano che sbuffava, il comunista critico e il socialista che polemizzava di nascosto mentre nel 2015, i consiglieri regionali sono tutti d’accordo su tale legge», 17 luglio 2015. Schizofrenia, sciatteria, ipocrisia?
Non si è trattato secondo me solo della somma di una psicosi cresciuta al bar, nel web e di una strumentalizzazione politica fisiologica – ma fino a un certo punto. Mi chiedo invece: perché qualche centinaio di persone, un pugno di partiti si lamenta solo delle scuole ma non degli altri edifici frequentati dalla gente? (Sono numerosi: municipio, chiese, tribunale, ospedale, uffici, ipermercati, palestre, impianti sportivi, biblioteca, teatro, stadio, ex discoteche, eccetera). C’è in questa vicenda secondo me – posso sbagliarmi – anche un rigurgito di mentalità contadina presente nel DNA dei residenti: entra in ballo la discendenza più che l’affetto sbandierato ai quattro venti nei confronti dei cuccioli d’uomo. Chi risiedeva nel contado, viveva di ciò che produceva la terra – egli non si curava minimamente della vita cittadina –, mentre un artigiano, un artista o un brainworker del tempo andato portava sempre tutto con sé. Un contadino non poteva arrotolare il suo podere, metterselo sotto il braccio e cambiare aria in caso di calamità; egli doveva anche risolvere la questione della trasmissione dei suoi averi agli eredi – maschi.

P.S.: dispiace tanto per la morte di C.A. Ciampi

giovedì 15 settembre 2016

Potete leggere questo post da un’altra parte, tanto per farvi conoscere un altro sito:

lunedì 12 settembre 2016

Lo slogan «com’era, dov’era» ha più di un secolo di vita. Non mi attrasse quarant’anni fa (Friuli) e mi fu indifferente nel post-terremoto nell’Aquilano (2009): esso va utilizzato con parsimonia e cum grano salis. Dopo una devastazione è bene conservare lo schema di una città e i temi collettivi – quando è possibile. (Gli edifici saranno una copia di se stessi perché riempiti d’acciaio o altri metalli speciali).
Posso ricostruire un’abitazione dell’Ottocento ma tale manufatto era generalmente privo di servizi igienici, cablaggi, acqua corrente, elettricità e riscaldamento a differenza di quello distrutto da poco: lo voglio proprio così? Voglio il soffitto alto ancora quattro metri, l’obsoleto e buio corridoio, le finestre minuscole e l’intera costruzione che disperde il calore dei termosifoni durante l’inverno? (La questione in tal caso è: dove faccio partire la storia?).
Non solo. Fino a trent’anni fa potevo costruire o ricostruire ovunque mentre oggi è diverso perché noi possediamo un maggior numero d’informazioni sul comune e sull’area su cui poggiare le fondamenta di un edificio. È vantaggioso ricostruire un palazzo bellissimo e molto simbolico sistemato a cento metri da una faglia attiva o su un terreno che amplifica le scosse telluriche?

Qualche millennio di storia umana insegna che la prima cosa che hanno fatto i nostri antenati in caso di catastrofe è valutare se restare o abbandonare il posto dove vivevano.

domenica 11 settembre 2016

Passando al solito per piazza A. Torlonia mi sono messo a elencare gli alberi tagliati o capitozzati all’inizio del mese – me lo risparmio, in genere; ne ho contati dodici.
Consiglio di passare da quelle parti per rendersi conto della salute di quelli segati e di qualcun altro che invece non è stato toccato. (Sono stati eliminati o messi «in ammollo» per qual motivo?). Il loro numero è destinato – come quelli del post precedente – a crescere perché manca la manutenzione e s’interviene giusto «in emergenza»: in casi del genere si taglia e buonanotte.

Ho già spiegato altrove che al (nostro) centro, la cura degli alberi non si trova solo sotto la voce «verde pubblico».

giovedì 1 settembre 2016

Il mio ultimo censimento degli alberi tagliati e non rimpiazzati dal Comune risale al 2014. È cambiato qualcosa in questo breve lasso: ne sono stati piantati di nuovi, vandalizzati degli altri, recisi per motivi non ben chiari – almeno al sottoscritto. Ho ripreso l’elenco nel marzo di quest’anno ma ho smesso dopo 4-5 strade; c’è stato poi il mio periodo di assenza dal web.
Si è parlato talvolta a vanvera a proposito di rami e piante cadute, negli ultimi tempi e ciò mi ha indirizzato nelle mie passeggiate iniziate il 19 agosto e terminate il 24, dello stesso mese. (Ho controllato viale Mazzini stamattina per le ragioni esposte nel post precedente). Ho segnalato perciò oltre agli alberi non piantati, non ripiantati, anche quelli collocati di fresco, ma evidentemente secchi, quelli buttati giù dagli ubriaconi del sabato sera e quelli capitozzati perciò messi «in ammollo» dal Comune prima di essere recisi definitivamente, gli arbusti forse spontaneamente piantati dai cittadini – nella zona interna al Quadrilatero. (Ho nuovamente tralasciato piazza Torlonia, l’omonimo parco di fronte – non è vero che è aperto al pubblico – e gli altri cosiddetti spazi verdi del centro). La somma è 147, maggiore della precedente (123). La situazione di via Marruvio meriterebbe un discorso a parte. Si tratta di una delle vie più belle costruite dopo il terremoto: partiva dalla Cattedrale e trovavi subito a sinistra la Banca del Fucino e dall’altra parte, il Genio civile – ufficio importantissimo in quel periodo – e raggiungeva via Roma. Ho notato, mi ha infastidito durante la mia ricognizione soprattutto la quantità d’asfalto e di cemento versata per impedire di rimpiazzare alberi. Non solo, alcuni ignoti hanno pesantemente danneggiato qualche pianta negli ultimi mesi e il Comune anziché comportarsi di conseguenza, ha preferito usare la sega. (Doveva almeno riaffermare pubblicamente che un albero è un bene comune, collettivo e non una res nullius di cui chiunque può appropriarsi o disporre). Traspare trascuratezza da parte dell’Amministrazione comunale: si pensa alle piante giusto in casi di supposta emergenza. Manca il polso della situazione e si è notato con il primo crollo in piazza A. Torlonia: io ci passavo sotto di frequente e non ci voleva molto a capire che qualcosa non andava in quel ramo che rilasciava della strana poltiglia giallina dopo i temporali. (Non sono stato l’unico a notare tale particolare).
Questo è il mio elenco in ordine alfabetico, per strade; vi possono essere degli errori per difetto non per eccesso. (Correggetemi, segnalate se ho scritto qualche svarione).
Amendola (via G.): 3, Battisti (via C.): 10, Cataldi (via S.): 1, Corradini (via C.): 10, Cadorna (via L.): 3, Crispi (via F.): 1, Croce (via B.): 4, Diaz (via A.): 1, Garibaldi (via G.): 12, Gramsci (via A.): 2, Libertà (corso della): 1, Lolli (via E.): 1, Marruvio (via): 26, Mazzini (viale G.): 6, Monte Grappa (via): 2, Monte Zebio (via): 3, Orione (via don L.): 1,

Pagani (via G.): 7, Repubblica (piazza della): 2, Rosselli (via fratelli): 4, Sangro (via): 11, Sauro (via N.): 16, Torlonia (via A.M.): 2, Trento (via): 5, Trieste (via): 2, Valerii (via mons. D.): 5, Vittorio Veneto (via): 6.