mercoledì 25 gennaio 2017

Una modesta proposta

Cito con una certa frequenza un volume di Marco Armiero (Le montagne della patria, 2013); esso serve per conoscere l’ambiente culturale e ciò che è successo in Italia nel Novecento a una quota superiore ai cinquecento metri – soprattutto tra gli anni Dieci e i Cinquanta. Leggendolo, può rendercisi conto della gran mole e del tipo d’interventi, di costruzioni che hanno avuto come scenario le Alpi e gli Appennini.
Ho raccontato durante l’ultima grande nevicata dalle mie parti (2012), come andava il mondo della mia infanzia. Le persone uscivano poco da casa e spalavano la neve lungo il marciapiede intorno alla loro abitazione – non era semplice cortesia: lo facevano tutti e perciò si poteva camminare quasi ovunque –, gli artigiani, i negozianti aprivano a singhiozzo, le rare automobili restavano ferme. Quell’Avezzano e quell’Abruzzo sono scomparsi insieme al know-how – lo chiamo così – del vivere a una certa quota: la gente va nel panico con sette-otto centimetri di neve per strada.
M’interessa maggiormente ciò che frulla nella mente delle persone comuni, rispetto alle decisioni delle istituzioni. Mi ha in parte colpito in questi ultimi giorni proprio il silenzio delle istituzioni: che cosa poteva dire l’intera classe politica abruzzese, pronta a varare la legge «ammazza-fiumi» nel luglio 2015? A far passare dei nuovi tracciati autostradali sopra qualche faglia attiva, nell’agosto 2016? La cosa peggiore che è capitata all’Abruzzo – soprattutto quello montano, negli ultimi cinquant’anni – sono le persone che hanno mollato le vecchie occupazioni per provare a riciclarsi nel comparto turistico; in migliaia hanno immaginato che un qualsiasi comune dell’entroterra potesse diventare la St. Moritz del Meridione. Hanno sognato questo per decenni mentre la montagna ha preso lentamente a spopolarsi: va letta in questa prospettiva la vicenda dell’asfalto sulla strada dei Prati d’Angro, la scorsa estate. Stefano Ardito ha parlato ieri, di: «Una regione di montagne, governata con i piedi piantati sulla spiaggia», in «Montagna.tv» 24 gennaio 2017. La questione non riguarda solo chi governa ma anche chi vota, chi è governato: c’entra l’egemonia culturale. Chi vive all’interno pensa allo stesso modo di chi abita e governa sulla costa. Le vertenze ambientali degli ultimi quarant’anni, è faccenda che riguarda chi pensa come i «pescaresi» e chi va in montagna.

Riprendo dall’inizio. È il caso di ritrovare, censire tutti gli interventi compiuti a una certa quota e studiarli: che impatto hanno avuto? In che condizione versano? (Soprattutto se in cemento armato). Chi è che può svolgere un’operazione (meritoria) del genere? (Tralascio il passaggio successivo).

lunedì 23 gennaio 2017

Medardo di Terralba

(Riprendo dal post precedente). La situazione prodotta durante le recenti nevicate in Abruzzo mostra del malessere nei corregionali; provo a ragionarci sopra.
La colpa dei disagi è stata accollata alla classe politica, secondo copione e per la maggioranza delle persone che incontro o di cui ho conoscenza. (Di là dagli hashtag di circostanza). Prenderla con i politici – in quella maniera –, è ormai di moda; si è trattato più che altro di attaccare dei personaggi televisivi e non la loro – sindacabile, com’è ovvio – iniziativa, azione. Qualcuno altrimenti l’avrebbe presa anche con quei politici nazionali che anni addietro hanno privatizzato – in quel modo – l’energia elettrica; quella «corrente» che non è stata erogata lungo la costa abruzzese per almeno una settimana, a decine di migliaia di utenti. Qualche altro – allo stesso modo – l’avrebbe presa con altri politici locali per aver consentito opere dove non dovevano essere piazzate o per alcune politiche dannose all’assetto idro-geologico del territorio.
Lo schema canonico secondo cui l’opinione pubblica è proceduta in questo caso, prevede oltre agli esempi negativi, gli eroi – alcuni compaesani in particolare. Si tratta in realtà di persone comuni che sanno stare in un ambiente peculiare: si spostano con gli sci perché andare a piedi, è il mezzo più sicuro quando c’è molta neve. (Mi chiedo: gente del genere, che ben conosce la montagna e le sue insidie, avrebbe mai soggiornato durante i mesi invernali nell’ormai famoso Hotel Rigopiano? Lo ignoro, ma ritengo di no: peccato per le carte tutte in regola).

Racconto un paio di scene che mi sono rimaste in mente durante la scorsa settimana. La prima è chi ti chiede se sei rimasto a casa dopo le scosse nell’Aquilano – a una sessantina di chilometri di distanza –, la seconda è più di uno studente che si aggirava per piazza Risorgimento dopo aver «scioperato» perché la temperatura della sua aula era di 12 °C, vestito come si usa in estate – solo fashion victim? C’è in realtà la bancarotta del pensiero occidentale dietro l’ignoranza dell’ambiente in cui si nasce e si vive – per alcuni decenni – insieme a svariati miliardi di altri esseri viventi; c’è un ridicolo senso di estraneità, alterità, onnipotenza delle persone rispetto alla natura, ai fenomeni atmosferici. Hai bisogno di una pala quando ti accorgi che la neve ti ha ricoperto l’uscio di casa e tu devi uscire, non di uno smartphone per denunciare al mondo intero la presunta inefficienza del tuo sindaco. Più che «forti e gentili» gli abruzzesi, si sono dimostrati incolti, superbi e anche sempliciotti in quest’occasione.

giovedì 19 gennaio 2017

R.A.S.

È capitata una cosa strana negli ultimi giorni: alcuni mi hanno chiamato per sapere come andavano «le cose» da noi – nevicate, terremoto. «Con tutta l’informazione che c’è?», mi sono chiesto. C’entra anche una forma di pigrizia mentale oltre alla scarsa qualità dell’informazione nella vicenda.
È complicato regolarsi con le previsioni del tempo perché la Marsica è comunemente associata a ciò che avviene lungo la costa medio-adriatica mentre essa risente anche dell’influsso del Tirreno – sempre di clima continentale si tratta, ovviamente. Chi vive lontano da noi e ascolta, consulta un sito di previsioni del tempo, ha immaginato in questi giorni una situazione ben peggiore di quella registrata sulla costa adriatica e nell’immediato entroterra: se 50 cm di neve a Chieti (330 m), 80-90 cm ad Avezzano (700 m). (Sono caduti massimo quattro centimetri di neve, mercoledì 18). In genere m’informo sulla situazione meteorologica nel Lazio e provo a fare una sorta di media, soprattutto in inverno – è anche una questione di venti freddi intercettati dall’Appennino a fare la differenza.
Si produce una situazione simile, in caso di terremoto. Si localizza (Ingv) l’epicentro nell’Aquilano e le scosse si sentono fino a Roma: le scuole della Capitale sono evacuate, gli studenti terrorizzati stando alle notizie correnti. Succedendo una cosa del genere a cento chilometri, che può immaginarsi a cinquanta, sessanta qualcuno delle nostre parti che vive altrove e che legge o ascolta un tg? È da mettere in conto la chiamata o l’e-mail. (Porto di nuovo l’esempio personale). Avvertendo una scossa vedo se è saltata l’energia elettrica: non vi è da preoccuparsi se non vi sono interruzioni o se esse durano qualche secondo. Aspetto qualche minuto e vado sul sito di Repubblica: è la prima testata on-line a pubblicare notizie del genere – vista la posizione geografica della redazione. So dopo pochissimo tempo quanto è lontano da noi l’epicentro – perché è distante, senz’ombra di dubbio. (Immagino che te la fai sotto, per una briscola di magnitudo uguale a 5, nel Fucino).
Tanto di cappello in tal frangente ad Alessandro Biancardi (PrimaDaNoi) che scrive a proposito del comportamento della Regione, il 17 gennaio: «C’è il fondato sospetto che qualcosa non funzioni e sia qualcosa di profondo, endemico e strutturale che ovviamente i possibili responsabili non hanno interesse a scandagliare», 17 gennaio e anche a Primo Di Nicola (Il Centro) nel suo editoriale del 18 gennaio: «È una vera dichiarazione di impotenza l’invocazione degli uomini con le stellette. Cosa deve venire a fare l’esercito in Abruzzo? A spalare neve, forse? Ma dov’erano i mezzi strombazzati della protezione civile? Le pale e gli altri strumenti di cui pure i comuni dovrebbero essere dotati, dov’erano?».
Interessanti i commenti acidi, anche nei mass media locali, a questo post dell’ex-parroco di Antrosano – non è facile prendere in giro gli oscurantisti assaporati al paganesimo:
Mi ha colpito più che altro il resort costruito o in ogni modo ricadente in zona – almeno a giudicare da ciò che è successo –, soggetta a slavine (comune di Farindola, frazione Rigopiano, a quota 1200 m).

sabato 7 gennaio 2017

on demand

A qualcuno è poco chiaro l’ultimo post: provo a spiegarmi meglio. È andato di moda in Italia per qualche tempo, attaccare il governo di Matteo Renzi per via di una certa politica delle mance. Tengo a precisare che si è invece generalmente polemizzato sulle mance elargite ad altri.
Il succo del mio ragionamento è semplice: il governo è disposto a finanziare metropolitane, passanti ferroviari e pullman a metropoli, a grossi comuni italiani, mentre ai piccoli elargisce degli spiccioli per progetti estemporanei finalizzati all’andare a piedi o in bicicletta – per un paio di anni. Un piccolo comune ha sicuramente meno problemi legati al traffico rispetto a una metropoli o anche una media città, ma potrebbe avere bisogno di fondi statali per costruire un’infrastruttura strategica di piccole dimensioni. Mi riferisco ad Avezzano in particolare. Quante altre situazioni simili sono sparse per la Penisola? A proposito: tutto ok – riguardo alla mobilità –, a Luco dei Marsi, Tagliacozzo, Aielli, Trasacco? (È passata ai tagliacozzani, la rabbia derivante dalla chiusura dello storico ponte di ferro?).
Un altro punto del mio ragionamento è costituito dal costatare la confusione da parte del ministero dell’Ambiente – ma non solo esso –, tra il ruolo del privato (singolo, associazione, società) e quello dell’amministratore della cosa pubblica. Andando a piedi e da privato cittadino, sono ovviamente favorevole a misure come: piedibus, car-pooling, car-sharing, bike-pooling, bike-sharing e alle gitarelle fuori porta a piedi o in bicicletta. Andando a piedi e da sindaco, scriverei le stesse, identiche cose? No, ricoprendo un ruolo diverso. Prima di invitare, spingere, raccomandare i concittadini a non usare l’automobile, io farei un salto a Scav Autoservizi Avezzano per chiedere se, quanto e com’è possibile incrementare il numero delle corse giornaliere a parità di budget. Prima di collaborare a un piedibus, io istituirei un’area pedonale nei pressi delle scuole elementari e medie dalle 8 alle 9 per evitare ingorghi automobilistici davanti alle stesse. (Non si deve spiegare a un ventenne o un trentenne l’impatto della motorizzazione negli spostamenti sulla salute umana, né tantomeno ai suoi genitori essendo essi cresciuti negli anni Sessanta del secolo scorso). Ben venga poi tutto il resto, l’esempio di Odense (DK) dove i bambini dai cinque anni in poi, vanno a scuola in bicicletta.
La prima iniziativa che prenderei sul tema della mobilità è invece chiedere risorse al governo regionale e nazionale per allargare e addolcire il sottopassaggio ferroviario esistente e una tangenziale che interessi la SS 5. La prima opera dovrebbe favorire il numero dei frequentatori dello stesso a piedi o in bicicletta – siamo dentro o fuori la categoria «mobilità sostenibile»? –, mentre la seconda dovrebbe evitare in città i mezzi solo «di passaggio» – stando a quanto si desume dal Pgtu di quasi quattordici anni fa. (A dirla tutta, durante la seconda amministrazione Floris fu provato a imbroccare qualcosa a proposito del miglioramento del sottopassaggio ma senza risultato – è bene rammentarlo. Il recente Masterplan ha invece attinto soldi statali per importantissime attività strategiche per la Marsica e gli Abruzzi come la… «Valorizzazione di Villa Torlonia e Parco Torlonia di Avezzano» – 4,7 milioni di euro).
Tutto ciò significa anche dichiarare che ad Avezzano – anche a L’Aquila, Sulmona, Celano e Pratola Peligna –, si è fatto poco o nulla dagli esordi del Tavolo nazionale per la mobilità sostenibile (2007).

P.S. Da leggere comodamente nel web, in questo primo «ponte» del 2017: Piano d’azione sulla mobilità urbana (Ue, 2009), Libro bianco sui trasporti (Ue, 2010).

giovedì 5 gennaio 2017

Mance da mance

Ho notato ingiustificato entusiasmo sui mass media circa la firma nella nostra zona di un progetto di mobilità sostenibile promosso dal ministero dell’Ambiente, il 4 gennaio. Come la penso?
Il peccato originale è in realtà una legge del governo (nazionale) precedente: una sorta di mancia per piccoli e medi comuni. Piccoli in molti sensi, e mi spiego. È sufficiente dare una scorsa ai Pums (Piano urbano della mobilità sostenibile) delle principali città italiane per rendersene conto: Roma (2010), Napoli (2016), Milano (2015), Torino (2010), Bologna (2016), Ferrara (2014). Un sindaco, un assessore alla Mobilità si trova difronte a determinati problemi quotidianamente e in modo tutt’altro che accademico; si parla perciò d’infrastrutture e di riduzione del traffico automobilistico privato in termini percentuali in quegli strumenti. (Si tratta anche di giudicare le proprie politiche dai risultati ottenuti). Si parla perciò di cemento, pullman, «ferro», filovie, asfalto, carrozze della metropolitana: quattrini a palate; ci si pongono degli obiettivi come nelle convenzioni per il clima: bisogna ridurre gli spostamenti in automobile di uno x% entro l’anno 20XY.
Il Programma sperimentale nazionale di mobilità sostenibile casa-scuola e casa-lavoro, parla di – copio, incollo e correggo dal sito del Ministero: «finanziamento di progetti, predisposti da uno o più enti locali e riferiti a un ambito territoriale con popolazione superiore a 100.000 abitanti, diretti a incentivare iniziative di mobilità sostenibile, incluse iniziative di piedibus, di car-pooling, di car-sharing, di bike-pooling e di bike-sharing, la realizzazione di percorsi protetti per gli spostamenti, anche collettivi e guidati, tra casa e scuola, a piedi o in bicicletta, di laboratori e uscite didattiche con mezzi sostenibili, di programmi di educazione e sicurezza stradale, di riduzione del traffico, dell’inquinamento e della sosta degli autoveicoli in prossimità degli istituti scolastici o delle sedi di lavoro». Nel Pums di Torino si trova, appunto: «il completamento del passante ferroviario e delle linee di metropolitana». È tutt’altra musica o no? È politica, amministrazione soprattutto. Per completare tali infrastrutture è necessario un corposo intervento dello stato centrale e questo ci sarà sicuramente trattandosi di una città che contiene almeno cinque volte gli abitanti della zona interessata al nostro progetto biennale di mobilità sostenibile (L’Aquila, Avezzano, Sulmona, Celano, Pratola Peligna). Nell’intestazione del recente Pums redatto nel capoluogo felsineo appare anche l’espressione Città metropolitana, mentre il nostro – inspiegabilmente, almeno per il sottoscritto –, è disperso in tre aree della provincia dell’Aquila. Chiedo: si può ancora parlare di «ambito territoriale»?
Con le risorse messe in campo dal ministero invece, ci puoi organizzare qualche incontro, lezioni con gli studenti, gitarelle in bici alla scoperta dei musei e delle bellezze naturali locali, il Piedibus e qualche nutrito, spettacolare convegno al Teatro dei Marsi per pochi intimi – con lunghe interviste alla giunta, foto di gruppo con il sindaco, battage pubblicitario e (scontato) ricco buffet. (Il Piedibus poteva partire nell’anno scolastico 2015-16 ad Avezzano, potendo interessare e invece rimarrà congelato almeno fino a tutto il 2017). Il Piedibus è in genere un’iniziativa di un gruppo privato appoggiata o no dalle istituzioni locali e lascia allibiti sapere che una simile proposta proviene invece da un ministro della Repubblica. Non si avrà perciò una campagna nazionale, unitaria, con materiali prodotti a livello centrale e poi diffusi in modo capillare in lungo e in largo per la Penisola, bensì tante piccole iniziative sparpagliate – con mance redistribuite a km 0.
Ho l’età per ricordarmi come fu affrontato il problema degli attacchi alla magistratura durante i cosiddetti anni di piombo. Sarebbe stato necessario almeno formare i ragazzi, i giovani italiani tra le medie e le superiori con dei corsi intensivi di Educazione civica, per evitare che qualcuno andasse a sparare a qualche magistrato mentre era al lavoro o che piazzasse un’auto-bomba davanti a un tribunale. È stata imboccata questa strada che richiedeva molti soldi ma soprattutto dei tempi medio-lunghi? No, si è preferito apporre un banale divieto di sosta intorno ai nostri tribunali.
Giova ricordare che il comune capofila del progetto, ha disapplicato quasi per intero il proprio Pgtu (2003); lo stesso tema della mobilità sostenibile è stato ignorato con sistematicità e accuratezza negli ultimi cinque anni: Avezzano non è certo un’autorità in materia. (Ignorare il Pgtu vuol dire soprattutto mancanza di punti di riferimento: che può inventarcisi oltre ai circenses?). Ignoro il motivo per cui il capoluogo marsicano, abbia scavalcato nientemeno che L’Aquila in quest’occasione. La questione al solito – non mi stanco di ripeterlo – è: rimediare almeno ai danni provocati da almeno mezzo secolo di sviluppo edilizio incontrollato nelle nostre città. (Come trattare argomenti come il traffico locale e l’inquinamento da esso prodotto senza un briciolo di dati sull’uno e l’altro? Perché si è sempre evitato d’istallare una centralina per il controllo dell’aria: paura di dover chiudere il Quadrilatero in periodo di «secca» sotto Natale? Perché gli amministratori dell’ultimo trentennio non hanno istituito un’isola pedonale, fosse anche di cinquanta metri? Infine: che cosa può aspettarsi l’avezzanese medio da una simile occasione?).
Non ho francamente capito – è colpa mia –, per quello che ne so fino al 3 gennaio il motivo per cui tra i numerosi partner del comune d’Avezzano in detto progetto, mancano quelli che si occupano di trasporto su ferro e su gomma a scala nazionale o regionale (Rfi, Tua). Non ho idea di come andrà a finire, se il progetto presentato dagli avezzanesi sarà accettato e finanziato. A una dozzina di chilometri da queste parti, è apparso lo spettro della chiusura della stazione ferroviaria Celano-Ovindoli, l’anno scorso. È sicuro che i celanesi siano tanto entusiasti di aderire a tale progetto?

La nostra partecipazione almeno secondo me – posso sbagliarmi – non è per smuovere le coscienze riguardo alla mobilità sostenibile, quanto per provare a vincere, racimolare dei quattrini. (È poco elegante o sconveniente – ça va sans dire –, trattare argomenti legati alla mobilità nel periodo precedente l’esito, perciò bocca chiusa per i prossimi dieci-undici mesi – campagna elettorale delle Amministrative compresa). Potevano comportarsi diversamente i Comuni che hanno partecipato al bando? Non lo so. (Se per caso un bike-sharing dà dei buoni frutti, che cosa succederà allo scadere dei due anni? Proroga, pista ciclabile, dell’altro?). Che cosa resterà in piedi alla fine di tal progetto – ammesso che sia accettato –, di concreto, durevole? Niente, troveremo giusto qualche comunicato del Comune spacciato per articolo e qualche foto nel web: advertisement. E dopo i due anni della convenzione si tornerà alla maniera usuale, si riprenderà finalmente a sgassare senza patemi d’animo: BRUM, BRUM, BRUM!