domenica 15 settembre 2013
K'sLT 32
(Dalla ville lumière alla ville gruyère). Te n’accorgi in questo scampolo d’estate, andando in giro subito dopo cena.
Un tempo sembrava un lampadario Avezzano; adesso noti qualche lampadina fulminata. Non è come una grande città qualsiasi, ridotta ad un’enorme ciambella negli ultimi venti-trent’anni; da noi trovi buchi più o meno estesi ovunque, nel centro o in periferia. Si sta spopolando di commercianti, d’operai e delle loro famiglie, in definitiva: d’abitanti.
Diverrà, con la chiusura di qualche grosso ufficio e azienda, un piccolo buco con l’Italia intorno?
martedì 10 settembre 2013
K'sLT 31
Tempo fa, m’è capitato di constatare che il centro d’Avezzano era privo di spazi espositivi. Era un’innocua constatazione di striscio e null’altro la mia, trattandosi di una situazione risaputa.
A fine mese, l’allarme: Chiude la storica galleria di via Corradini, l’Agenzia delle Entrate l’ha messa in affitto, in «MarsicaLive» 28 agosto 2012. (Una non-notizia e una polemica costruita sulla foto di un cartello: AFFITTASI. Il Centro, lo ha pubblicato il 30).
La «storica galleria» è l’ex-Pro-loco o la Posta vecchia. (Non ha giovato, l’essere pomposamente ribattezzata – in pieno declino – come Galleria Comunale d’Arte Moderna). Non s’esponevano quadri e molto altro da almeno tre anni.
Vi sono approdato dieci anni dopo la mia prima personale, per 3 dei 10 giorni disponibili. Entrando si notava sporcizia qua e là, le lampadine erano fulminate per la maggior parte. Sembrava di trovarsi dentro un negozio, a starci dentro.
Mi chiesi nel dépliant della mostra: «come mostrare in uno spazio tradizionale opere prodotte con l’ausilio più o meno diretto della tecnologia digitale, quindi immateriali?» (The body electric, 2001). Negli anni Ottanta il pubblico delle mostre capì – attraverso la frequentazione dei nuovi spazi espositivi pubblici e privati – perché non andava più nelle gallerie private che avevano fatto – in qualche modo – la storia della pittura italiana post-bellica. In molti posti del genere seppur di prestigio, era impossibile far passare per il portone o appendere alle pareti un quadro 4x4 metri, sistemare un’installazione o una batteria di televisori (di collegare qualsiasi apparato alla rete elettrica), proiettare un corto o delle diapositive. (Abbiamo ignorato la migliore produzione artistica mondiale degli anni Cinquanta e Sessanta per questioni di spazi).
Per quanto mi riguarda, non è stato un luogo «dove poter esporre i propri lavori con un modesto impegno economico». Era necessario pagare un affitto al Comune e soprattutto, cedere allo stesso un’opera. Gli avezzanesi non a caso, gli preferivano da tempo la palestra della scuola media Camillo Corradini che era concessa a titolo gratuito.
Non l’ho nemmeno considerato seppur in lontananza, «un luogo dove poter discutere di arte e di cultura». Non m’assale la nostalgia, se non vedo da tempo il «bassorilievo di Pasquale Di Fabio, l’unico vero Artista che Avezzano abbia mai avuto», al suo interno. (Il bassorilievo della Galleria Comunale d’Arte Moderna e anche quello del Gran Caffè: «scomparso dietro gli arredi del nuovo bar», come ricorda ancora Tommaso Santoponte).
Il sindaco rincara la dose: «Quei locali [...] hanno ospitato eventi e manifestazione di alto livello» (31 agosto), ma senza fare nomi.
E’ questo del semplice provincialismo, nel senso d’essere attardati culturalmente? Bisognerà pur chiedersi alla fine e con onestà intellettuale, perché s’è passato da cinque a zero gallerie d’arte nel volgere di una quarantina d’anni, da noi.
C’è da indagare sull’uso del passato (meglio, di una sua idea) da agitare come randello, per scacciare i fantasmi del presente («il cinese di turno» e il «kebab» di Santoponte, come se ci fossero differenze apprezzabili nel settore del cibo industriale) e anche le persone (in carne e ossa e perfino italiani. M’interessano maggiormente da agnostico, più le idee e le produzioni che si lasciano ai posteri) che di questo presente fanno parte.
L’ex-Pro-loco era una metafora della città e m’aspettavo più lacrime di coccodrillo in quest’occasione.
domenica 8 settembre 2013
Provincialismi
La polemica anti-accattoni
della Confcommercio, dove porta? (Mi ricorda da vicino, quella contro l’anello
a senso unico).
Il comunicato
dell’associazione di categoria inizia così: «I commercianti dicono no
all’accattonaggio, gli extracomunitari girano numerosi per la città ed entrano
nei negozi e infastidendo lavoratori e clienti» – 2 settembre. E’ spuntato nel
web il solito che ha ricordato: «L’ho detto prima io!», nei commenti. (Lo
stesso comunicato invita il sindaco a mettere al «bando l’accattonaggio […] con
particolare riguardo al centro urbano primario». («Centro urbano primario» è
un’espressione priva di significato, ma il senso dovrebbe essere: «via
Corradini»).
Nel sito di chi l’ha detto
prima – l’Unione dei Marsi, 15 maggio –, si legge: «Avezzano ha dovuto subire
un’invasione», «Basta fare una passeggiata in pieno centro per essere
continuamente abbordati da mendicanti, accattoni e venditori molesti di
calzini!» – ok, ma succede solo di sabato mattina –, «E che dire di piazza
Torlonia, di fatto ostaggio di spacciatori, tossici e gentaglia varia».
Che cosa c’entra, di là delle
esagerazioni e del catastrofismo, l’anello a senso unico? C’entra perché esso fu
istituito anche per consentire a chi proviene da fuori di superare la città con
celerità – allungando il tragitto, casomai. Doveva incanalare il traffico
extra-urbano: Avezzano non è un’isola – isolata dal mondo – come pensa la
maggioranza dei suoi cittadini e rientra in diverse rotte.
Ci troviamo, nel nostro
caso, alla presenza di giganteschi flussi provenienti da diverse parti del
mondo – non solo extra-Ue: i polacchi e i romeni sono europei quanto noi. Il
fenomeno ha ormai una storia ed è studiato, da anni. («spacciatori, tossici e
gentaglia varia», sono generalmente italiani – per dirla tutta). Avezzano non è
un’isola, anche in questo caso ed è sospetto più che strano, che tali signori
non se ne sono accorti.
Che cosa può oggi fare il
sindaco di una cittadina per arginare i fenomeni collaterali ai flussi
migratori? Né più né meno quello che hanno fatto negli ultimi decenni i sindaci
di città con Roma, Londra, San Francisco o New York. Qual è il risultato? (La
questione è: che senso hanno simili comunicati rituali?).
Non hanno certo «paura di essere tacciati per
razzisti», i sedicenti Marsi. Il razzismo si fonda non solo sull’idea che
esistono le razze umane ma anche che una di esse deve dominare le altre. (Prima
parte). E’ bene ricordare che non esistono razze umane: è un pensiero
anti-scientifico affermare il contrario. (Seconda parte). Nel periodo 2000-10
gli italiani emigrati ammontano a circa 30mila l’anno. Negli ultimi due anni, i
connazionali espatriati sono rispettivamente oltre 60mila (2011) e circa 79mila
(2012). L’altro «invade», danneggia e inquina l’altrui cultura, mentre quello
con lo stesso passaporto sollazza, onora e porta la civiltà nel Paese che lo
ospita. E’ solo un pregiudizio: l’Unione dei Marsi non è un partito razzista,
ma un po’ xenofobo – purtroppo – sì.
venerdì 6 settembre 2013
K'sLT 30
Alla fine del mese inizieranno a passare presso i negozi e gli esercizi, i rappresentanti che promuovono gadget per Natale e il nuovo anno.
M’è stato proposto, di stampare un’incisione come dono ai clienti di un posto del genere. La proposta era allettante: non m’era mai capitata una situazione del genere. Avrebbe aggiunto un pizzico di prestigio alla mia produzione: l’incisione è roba d’artisti. Ho invece prontamente dissuaso chi me l’ha proposto: «Un’incisione agli avezzanesi? Gli avezzanesi non apprezzerebbero un oggetto simile. [A settembre è partita la raccolta differenziata anche al centro] Ti ringrazierebbero per sempre invece, se gli regali qualcosa che tu vendi comunemente – dello stesso valore in quattrini di un’incisione». Sono stato convincente e ho ripiegato su qualcosa di più classico ed economico.
La battuta gira per la città, intanto: «E’ proprio vero che conosci bene gli avezzanesi!». (La verità è un prodotto sociale e va presa con un pizzico d’ironia, sempre).
mercoledì 4 settembre 2013
twin C
Mostra più di un nervo
scoperto, la vicenda degli alberi di via Garibaldi.
La rotatoria da costruire
in piazza Orlandini è stata ripescata dallo studio dell’«anello a senso unico»
(2009). I principali candidati alle ultime Amministrative si sono esercitati
alla critica contro l’anello e non stupisce che chi ha vinto le elezioni
elimini il senso unico. Ci si aspettava la revoca del senso unico su tutto il
tracciato, anziché procedere per tappe (si vuol forse comunicare la sensazione
che, al Comune ci si lavora alacremente da più di un anno?) e la liquidazione
in blocco di tutto lo studio, anziché scegliere questo sì e quello no – la
rotatoria non costruita da Antonello Floris sì, mentre il senso unico avviato
da Antonello Floris no. (Suscita invece l’ilarità dei compaesani che tornano
per le vacanze l’area pedonale fuori dell’abitato, lungo la strada che conduce
al Salviano – solo la domenica mattina quando circolano pochissime automobili
–, il dehors lungo la SS 5 e l’area
pedonale a richiesta. Ha fatto arrabbiare molti il busto a Camillo Corradini:
un elemento fuori del nostro tempo e nel posto sicuramente sbagliato). Ci può
stare la costruzione di una nuova rotatoria in città: ha una sua utilità, in
ogni modo, mentre il restringimento del marciapiede di fronte alla chiesa della
Santissima Trinità è incomprensibile, francamente. Affatto comprensibile è
anche segare alberi in piazza Orlandini per allargare – non restringere – i
marciapiedi che la circondano. D.: che cosa si voleva ottenere per quella zona,
allargando la strada da via M.A. Colonna a via sant’Andrea? Mi chiedo anche a
che cosa serve, che senso ha un simile intervento in un quartiere che ha
bisogno, come tutti gli altri della periferia, di servizi e centri per la
socialità. (Ci voleva tanto a dirottare 5-6 spettacoli a caso del cartellone
estivo 2013 nei quartieri?).
«Gli alberi erano quasi
tutti malati e li ripianteremo al più presto». E’ questo il succo della
reazione del Comune alle contestazioni. Si tratta di un vecchio copione: uno
sguardo alle foto pubblicate nel Web, avrebbe consigliato di cambiare la prima
parte. (Una passeggiata mostra invece, che il numero delle piante malate o
malandate da anni non è trascurabile). Passiamo alla seconda. Non tutti gli
alberi segati, negli ultimi decenni, sono stati ripiantati: è stata coperta di
cemento o d’asfalto la piazzuola talvolta; in altri casi il nuovo marciapiede
non presenta piazzuole di sorta. (E’ agevole confrontare il filare intatto con
quello «nuovo»: manca la corrispondenza, in modo sistematico). Ammontano invece
a un centinaio, gli alberi non piantati o non ripiantati, dentro il
Quadrilatero. In breve: le strade del centro erano alberate, fino a
quarant’anni fa. (Sono state segate centinaia d’alberi, con disinvoltura). Le
piante erano una peculiarità della nuova città; Avezzano è stata progettata
come una cosiddetta «città giardino».
Un’altra caratteristica del
centro marsicano è costituita dai marciapiedi: essi sono stati tutti costruiti
insieme agli edifici, come capita alle città europee nate negli ultimi due-tre
secoli. I nostri marciapiedi e le nostre piante hanno quindi lo stesso valore
che ha una basilica a Roma o una chiesetta lungo un tratturo per un paesino di
montagna. E’ la nostra storia, che piaccia o no. Non è il miglior viatico per
le prossime celebrazioni del centenario del terremoto, intervenire nella parte
«storica».
Fa quasi tenerezza
ricordare che un tratto del marciapiede di via X, è stato ristretto per ricavare qualche parcheggio davanti al
negozietto della sora Lella – che era rimasta in quel posto sì e no quattro
anni –, o il tal albero estirpato in gran fretta perché «faceva ombra» al
giardinetto del sor Luigi. La città che abbiamo sotto gli occhi è modellata da
centinaia di microstorie del genere: clientelismo allo stato brado.
Più di un sindaco ha avuto
l’intenzione di fare del Quadrilatero il «salotto buono» della città ma per
adesso, ci si è arrestati a qualcosa che rimanda al luna-park. (Ci rimarremo a
lungo).
P.S.: Oscar Stornelli –
«personaggio di punta dello staff del sindaco», non uno qualsiasi –, confonde
gli scopi delle associazioni ambientaliste con quelli dei partiti politici e
purtroppo anche «area pedonale» con «isola pedonale» – Il Messaggero 26 agosto.
lunedì 2 settembre 2013
Auch Zwerge haben klein anfangen
Qualche riflessione su come
i mass media, hanno raccontato la questione del taglio degli alberi.
E’ stata data l’idea che il
WWF (anche Fare Verde, M5s, Cmsm) si è schierato contro il taglio per impedire la
rotonda di piazza Orlandini.
«Ancora con questa storia
del taglio degli alberi di piazza Orlandini», afferma uno spazientito Oscar
Stornelli in Il Messaggero del 26
agosto 2013. (Si trattava in realtà, anche del taglio degli alberi e del
restringimento dei marciapiedi davanti alla Santissima Trinità, tra via M.A.
Colonna e via sant’Andrea, stoppati dalla diffida del WWF – immagino). Non è un
problema: «Ricordo benissimo che quando la stessa contestazione fu messa in
atto contro l’ex sindaco Mario Spallone questi fece ripiantare alberi in via
Pagani che ora sono belli grossi». L’esponente di punta dell’Amministrazione Di
Pangrazio ignora anche il contenuto di un paio di miei post e ancor più grave,
quello del WWF Marsica che prova a confutare: gli alberi segati, non sono
spesso rimpiazzati.
Di Bastiano e Ricci (Centro
giuridico del consumatore) riducono anche loro la questione agli alberi di
piazza Orlandini, dimostrando di non conoscere – o di non averli capiti – né i
comunicati né il contenuto della suddetta diffida, e mettono sui piatti della
bilancia da una parte la rotatoria e dall’altra le piante: «la salvezza degli
alberi non può primeggiare sulla costruzione di tale importante opera viaria» –
MarsicaLive 27 agosto 2013. (Nessuno
ha mai utilizzato il termine «rotatoria», in questa vicenda. C’è anche da dire
che l’«importante opera viaria», è osteggiata da tutti al tempo della campagna
elettorale per le Amministrative, facendo essa parte dello studio dell’anello a
senso unico). L’accusa del WWF secondo cui il taglio delle piante: «contrasta palesemente
con l’art. 6 della legge regionale Abruzzo n. 12 del 28 maggio 2013 e con
l’art. 9 della legge regionale Abruzzo n. 38 del 1982» è secondo i due, un’«affermazione
apodittica [sic!] che si pone su un
piano dogmatico [sic!] tanto caro a
certi ambientalisti». I due dimenticano ovviamente, di nominare qualcuno di
«certi ambientalisti», eppure la città è piccola.
Il Comune intanto ha
acquistato quattordici nuovi alberi, ma non tutti saranno impiegati per
rimpiazzare i… venti segati tra piazza Orlandini e via Garibaldi. (Tornano i
conti al Comune e ai mass media).
sabato 31 agosto 2013
K'sLT 29
Una trentina d’anni fa, mi fu consigliato di diffondere un comunicato in cui s’affermava che la mia associazione ambientalista, s’interessava da tempo alle acque del fiume Giovenco. S’era insinuato, privatamente: «Perché uscite fuori, solo quando si tratta d’attaccare giunte democristiane?». Erano in ballo nuove captazioni allora come oggi. (C’entrava anche l’abbassamento delle sorgenti e della portata del fiume, allora come oggi. Il colore dell’Amministrazione c’entrava come i cavoli a merenda, in quel caso). Scrissi di malavoglia – «Cazzo, non li leggono i giornali?» –, e consegnai alle redazioni locali. Ci fu qualche iniziativa pubblica a cui partecipai, comunicati e articoli sui giornali.
(Il tempo è galantuomo. Quel partito fu il primo a squagliarsi al sole di Tangentopoli. Io vado ancora concionando sugli stessi argomenti).
Quest’estate è filato tutto liscio nella vallata: niente rimproveri, colpi bassi, rinfacci o dietrologie di sorta nelle discussioni. Una situazione civile, normale.
Mi ha scandalizzato com’è stata trattata la questione dell’Ilva in Italia, soprattutto nel web. Queste le espressioni più in voga in Rete, tra «articolisti» e commentatori: «Nessuno ha fatto niente in questi anni», «Nessuno ha detto niente in questi anni». Tutto ciò che ho letto sui giornali negli ultimi decenni? E’ semplice: non è mai successo, avrò sognato al massimo. Nessuno ha mai scritto, nessuno ha mai stampato, nessuno ha mai letto. Le istituzioni sono state assenti, addirittura tutte e sempre. E’ mai possibile? E’ l’ignoranza e la malafede allo stato puro, di chi vuol conservare le cose come sono.
E’ riduttiva anche l’idea della contrapposizione tra lavoro (stipendio, a dirla tutta) e salute: un popolo che vuol restare in un posto, fa in modo di mantenere più a lungo possibile le risorse che ha a disposizione (suolo, vegetazione, acqua, proteine, eccetera). La faccenda riguarda solo chi abita in quel posto, come sempre. Nessuno vuol suicidarsi, però...
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