Si può firmare
qua, volendo:
lunedì 16 dicembre 2013
S-V
M’infastidisce
enormemente la vicenda della nuova perimetrazione del Pnr Sirente-Velino – dove
«r» sta per regionale.
Capisco lo
Stato quando – per (becere) ragioni di bilancio – chiude tribunali e ridimensiona
gli ospedali. Abbiamo una zona che riceve fondi dall’esterno per rimanere com’è,
nel nostro caso e la Regione che fa? Si comporta in modo tale da ridurre nell’immediato
e in futuro tale flusso. (In un territorio che ha ripreso a declinare). Come se
non bastasse l’essere rimasti fuori del tracciato dell’Alta velocità e dal
novero delle città metropolitane.
I nostri eletti
– da chi va a votare – non capiscono più nemmeno questioni molto elementari di
quattrini.
sabato 14 dicembre 2013
K'sLT 49
Nella seconda settimana di marzo, ho messo in relazione un paio di notizie: 1) l’Alta velocità non passa per l’Abruzzo, 2) l’avvio di una procedura per la costruzione dell’inceneritore PowerCrop (con la non ostilità di Avezzano).
E’ intervenuta prima un’associazione di consumatori e poi due sindacati di lavoratori dei trasporti per protestare contro l’esclusione dell’Abruzzo dal tracciato dell’Alta velocità. Ci ha pensato Giandonato Morra per la Regione, pochi giorni dopo chiedendo a Trenitalia di rivedere il suo piano: gli abruzzesi sono allarmati, perché non vedranno Frecciarossa sulla tratta Ancona-Bari. Hanno le idee chiare all’Emiciclo, di là di come andrà a finire.
C’è voluto un giorno di precisazioni, per renderci conto che era giusto quanto avevamo capito inizialmente su PowerCrop. La vicenda ha prodotto battibecchi tra partiti e incrinature alle alleanze elettorali (Avezzano, Celano). E’ stato sparso con disinvoltura l’oblio su tre ricorsi al Tar (WWF, comuni di Luco dei Marsi e Avezzano), contro detto inceneritore. Luco dei Marsi ha scelto la continuità amministrativa. Ad Avezzano si rimuovono pagine della vita amministrativa recente, dimenticando qualche delibera comunale approvata all’unanimità. Installare un impianto del genere a Borgo Incile significa sostanzialmente rinnegare la riserva del Salviano istituita dalla Regione (Lr 134/1999). Più di un amministratore invoca oggi «studi scientifici» sull’inceneritore, gli stessi che loro dovevano richiedere al tempo della giunta Del Turco. Si prevedono incontri informativi per spiegare ai cittadini, come agli scolaretti, la «non pericolosità per l’ambiente e per la salute dei cittadini» dell’impianto. L’azienda fa sapere, di non voler bruciare «qualsiasi tipologia di rifiuto». (PowerCrop, non brucerà rifiuti fino alla prima presunta crisi. I sindacati, essi sì imploreranno di farlo per salvare posti di lavoro).
L’unica novità consiste nel fatto che l’impianto è diventato per decreto del governo Monti una struttura di tipo strategico che aggira perciò alcuni poteri delle amministrazioni periferiche. Detta novità non poteva non cogliere tutti di sorpresa, a partire dai parlamentari abruzzesi e proseguendo con i consiglieri regionali.
Circolano idee confuse ad Avezzano. (Alfredo Iacone considera: «adesso l’ombra di Celano copre tutto», in Pino Veri, Biomasse, c’è «l’ombra di Celano», Il Messaggero 13 marzo 2013).
martedì 10 dicembre 2013
K'sLT 48
Tengo conto delle critiche che mi sono mosse (anche a quelli come me) perché servono ad ampliare il discorso su determinati argomenti e a capire qualcosa in più del costume locale.
Ricordo «nostalgico», a proposito dell’opposizione a un cambio di destinazione d’uso. Il termine può essere un complimento in una società ricolma di prodotti a rapida obsolescenza, nell’epoca della velocità e quindi dell’amnesia. Io passo per nostalgico della vecchia Avezzano in realtà, quando ci va di mezzo un edificio di un certo valore. (Succede ciò, nonostante la mia premura nel precisare che si tratta di un’operazione speculativa). Sono ancora nostalgico, facendomi scivolare la chiusura della Pro-loco – dopo che gli artisti marsicani non se la filano più da anni? Scrivendo nel 2012: «E’ stata una soddisfazione sapere che l’avrebbero chiuso l’anno passato, che io gli sono sopravvissuto», riguardo alla multi-sala Impero (che qualcuno s’ostina a chiamare ancora cinema) sono stato invece arruolato all’«Avezzano che non ha la forza e la capacità di resistere alle conseguenze negative di un malinteso progresso».
E’ facile passare da qui all’espressione: «imbalsamare la città». Le tecniche dell’imbalsamazione non si possono applicare ad una città anche perché essa è costruita, ricostruita, ristrutturata e tinteggiata ogni giorno, dalla sua fondazione: è una cosa viva. Scrivo o sottoscrivo appelli in realtà, quando si vuol sostituire un edificio importante (per sé o per noi) con una galleria commerciale. Un museo, una chiesa o un grand hotel al posto del palazzo municipale, incontra la mia non ostilità.
Cito anche «tenere premuto il freno»: c’entra la mia presunta resistenza al nuovo. Ciò vale sempre? Vale per tutti? No. Le città europee sono tali per i temi collettivi che le caratterizzano e si trasformano senza sosta intorno ad un pugno di manufatti ritenuti importanti. Esse sono evolute negli ultimi decenni e noi avezzanesi, per restare in quel contesto, siamo costretti in qualche modo a riprenderne le novità. Chi negli ultimi tempi ha boicottato sistematicamente la grande distribuzione e l’isola pedonale – di là della loro utilità –, s’è messo di traverso in uno spontaneo processo d’integrazione.
giovedì 5 dicembre 2013
K'sLT 47
Metto a confronto narrazioni diverse.
Tempo addietro, ho usato il termine «desertificazione» per indicare lo spopolamento del Quadrilatero e la riduzione della superficie dei locali pubblici innescata dall’installazione dei dehors e non solo. Alcuni mesi dopo, lo stesso termine è stato impiegato da alcune associazioni di categoria per segnalare la chiusura di qualche negozio nel centro. La chiusura degli stessi è legata essenzialmente secondo le associazioni, alla perdurante crisi finanziaria iniziata alla fine del 2007.
Io invece, colloco il fenomeno negli ultimi 50 anni di storia della città occidentale: i negozi migrano da tempo oltre i centri storici. (L’arretratezza della rete distributiva dà anch’essa una mano, da noi).
Il centro ad Avezzano, è stato abbandonato in successione dai laboratori artigiani, dagli abitanti, dai negozianti e infine, dagli studi professionali. Bisogna chiedere all’ex abitante della piazza perché se n’è andato a vivere «da solo» a Scalzagallo o all’avvocato ciò che lo ha spinto a trasferire il proprio studio oltre la ferrovia. Sarebbe davvero molto interessante. C’è gente che lascia (abitanti, commercianti, artigiani, liberi professionisti, lavoratori autonomi) nonostante le mattonelle, le fioriere, i fittoni, le sfilate di moda e di miss intorno a piazza del Risorgimento. Il Quadrilatero quindi, si svuota di negozianti ma non di negozi e dei loro proprietari; c’è ancora chi acquista – facendo un affare – immobili al centro. L’affitto di un locale vuoto per anni, non scende.
Le associazioni di categoria locali (commercianti, artigiani) appoggiano in vario modo le operazioni spericolate delle amministrazioni (galleria commerciale al posto delle scuole medie, progetto Luccioni) e ottengono facilmente investimenti pubblici al centro-centro. I loro iscritti ignorano – solo gli affittuari del Quadrilatero, per la fortuna dei proprietari, dell’amministrazione comunale e delle associazioni stesse –, che ogni euro buttato sul centro dal Comune gli si ritorcerà contro.
Qualche saracinesca intanto e nonostante tutto, è rimasta abbassata; io ho letto nello scorso agosto che l’amministrazione comunale e le associazioni di categoria puntavano, con sprezzo del ridicolo «a far decollare un patto di solidarietà sociale tra proprietari e conduttori».
(Il Martello del Fucino, 4/2013)
mercoledì 4 dicembre 2013
uncle Frank
Senza, da
vent’anni. Manca proprio una persona del genere, in giro. Ce ne vorrebbe uno
per ogni regione, qui in Italia per liberarci dall’ipocrisia che ci avvolge.
sabato 30 novembre 2013
K'sLT 46
Tanto per concludere. Le «premialità» non sono applicabili in una zona che comprende l’ex centro storico e una parte del Quadrilatero prolungata fino all’ex ferrovia dello zuccherificio: una buona parte degli edifici di un certo valore, non è toccata. Non prevedo delle ricadute rilevanti, sommando la compattezza nei nuclei abitati del capoluogo territoriale e delle frazioni alla diffusione dell’abusivismo edilizio – che esclude dalla «premialità». Le case sono appiccicate le une alle altre, nei nostri paesi. I nostri edifici non sono sparpagliati come in moltissimi comuni lombardi e del Nord Est, dove la «premialità» si applica a tutte (proprio tutte) le villette mono- e bi-familiari che trovi sia nei quartieri residenziali e sia lungo le strade di collegamento. La nostra percentuale (50%) significherebbe un’altra mezza città affiancata a quella che c’è già, da quelle parti. Non mi meraviglia affatto che qualcuno utilizzi l’espressione «alluvione di cemento» riferita all’adozione del Dl Sviluppo, oltre il Po. Noi non ce n’accorgeremo degli interventi probabilmente, un po’ perché limitati nel numero – diluiti nella comune attività edilizia –, e un po’ perché saranno nascosti alla vista dalle facciate che danno sulla strada. Ignoro le modifiche alla 439/2012 nel consiglio comunale di febbraio, ma mi auguro che nella «ciambella» in cui sono previste le «premialità», sono esclusi tutti gli stessi «edifici individuati dal P.R.G di elevato valore storico, culturale ed architettonico». La decisione sortita dall’aula consiliare serve a «migliorare la qualità urbana e ambientale della città», come ho appreso da fonti autorevoli. Io penso un po’ diversamente. Il provvedimento di tipo economico del governo centrale entra non di rado in rotta di collisione con le politiche e gli strumenti urbanistici degli 8144 comuni italiani e con il mondo dell’urbanistica. Un’amministrazione comunale può agire per migliorare il luogo dove si vive per conto dei cittadini (elettori e non elettori) e solo essa può farlo, non certo l’immobiliarista o il privato che deve necessariamente realizzare il profitto nella sua attività. E’ un affare per chi l’intraprende, ma non è certo un passo in avanti per la collettività o per la «qualità urbana» avere palazzine che ospitano solo studi professionali, solo uffici o solo negozi. Infine: la qualità ambientale di una città – quando c’è o quando è scarsa –, si conserva evitando d’aggiungere altro cemento e asfalto a quello esistente.
Temo invece, la prossima variante al Piano regolatore, il ripescaggio del cosiddetto Piano strategico Celano-Avezzano o una nuova applicazione del «metodo Vitruvio» a qualche edificio pubblico situato al centro. (2/2)
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