domenica 14 settembre 2014

DW 3


Prima di tornare da queste parti, mi ero cimentato in letture complicate come La nuova alleanza, Gödel, Escher, Bach, Contro il metodo, Il Tao della Fisica, Il caso e la necessità e le raccolte di S.J. Gould: mi sentivo perciò come un pesce fuor d’acqua, una volta ad Avezzano. Con chi parlare di certe mie acquisizioni intellettuali, soprattutto: da chi farmi chiarire i miei numerosi dubbi? Era questione di diverse lunghezze d’onda.
Ignoro perciò la produzione delle persone indicate nell’articolo linkato, quasi per intero come quella di gente con cui avrei potuto familiarizzare più facilmente (pittori, teatranti, filmaker). Apprezzavo più una persona come Cesare Letta o altri compaesani che tuttora insegnano all’università: preferisco gente che passa 35-40 anni a studiare, ricercare e insegnare – bene o male non importa – la stessa materia, lo stesso argomento.
Tempo addietro: «A soli… 54 anni sono stato invitato, nella mia città, alla prima mostra collettiva degna di nota […] Ci vorrà del tempo, prima d’essere riconosciuto dai concittadini e dai marsicani anche per le mie pubblicazioni».
Non ci s’incontrava nemmeno per questioni locali e che riguardavano l’engagement, in qualche modo. Era perciò facile manifestare contro l’imperialismo americano e le tonnellate di bombe sganciate in Vietnam – a decine di migliaia di chilometri da noi –, ma non una parola (una) contro l’Amministrazione comunale che manteneva il marciapiede sotto casa dissestato per anni. (Il sindaco avrebbe depennato dai partecipanti alla mostra collettiva o non avrebbe concesso quattrini per la pubblicazione in corso, altrimenti). Nel caso di questioni più rilevanti per la collettività come, per esempio, la ristrutturazione o la vendita di un edificio importante o al tempo del taglio dei nostri marciapiedi (1996), gli «intellettuali» si barricavano dentro il fortilizio delle proprie (millantate) competenze oppure si schieravano con l’Amministrazione comunale. (Dimostrando di conoscere poco o per niente la storia recente della cittadina che li aveva portati alla ribalta). (3/4)

mercoledì 10 settembre 2014

DW 2


Io ho anche accostato il termine «designata» a proposito della nostra intellighenzia. Essa non è imposta da qualche ente sovrannaturale o è il risultato di qualche tipo di competizione, ma vi sono persone – sul posto – che hanno il potere di stabilire: «Tu sì, tu sì, tu no» e altri che ripetono alla collettività certe decisioni. (I giornali formavano l’opinione pubblica, oltre a informare; instillavano anche dei pregiudizi nel nostro caso). In breve: l’élite cooptava il maestro elementare X o l’impiegato Y come poeta o critico letterario e la carta stampata, ripresentava tali posizioni fino a renderle «naturali»; il pittore Y poteva invece spendere la vita a dipingere (bene, male) ma in città non lo filava nessuno. (L’élite si trovava nella condizione di acquistare – direttamente e indirettamente – determinati prodotti culturali, intercedere per ottenere finanziamenti pubblici e privati, procurare visibilità). La situazione è simile all’odierna ma è peggiorata negli ultimi due-tre anni, come riporto qui:
(Parlo di Avezzano e non di altri paesi, dove la situazione è diversa; il circondario ha anzi subito le nostre liturgie e i nostri personaggi).
La cooptazione era un meccanismo utilizzato dalla nostra intellighenzia per affermare, mantenere, espandere, celebrare e perpetuare se stessa. Non mi dilungo sui suoi rituali, i tic e i trip e rimando ai libri di A. Arbasino: chi meglio di lui ha descritto in Italia certi ambienti? (2/4)

domenica 7 settembre 2014

DW 1


Il pezzo precedente si trova alla pagina 2 del link; consiglio (caldamente) di leggere anche il resto, un po’ perché merita, un altro po’ perché mi appoggio a esso:
Riassumendo: a) ho raccontato in generale di ciò che succede nella Marsica da decenni, b) ho trattato essenzialmente d’artisti, di figure che a forza di ripetere la stessa inquadratura di un paesaggio riescono infine, a carpirne qualche segreto e mostrarlo agli altri, c) ho ragionato secondo la mia esperienza e la mia posizione geografica (Avezzano).
Ho preso coscienza dell’intellighenzia locale, solo dopo aver conosciuto un po’ il mondo circostante; ci si era giusto incrociati per via della dimensione della cittadina. (Sono tornato definitivamente da queste parti a quasi 33 anni, dopo un buon numero di mostre, letture, concerti, pezzi di teatro e film. Avevo in mente di mettere i piedi in un paesino di montagna come tanti, tornando; «Non arrivano nemmeno i giornali!», ripetevo ai pochissimi milanesi che conoscevo).
Mi ponevo allora domande del genere (ne ho già trattato altrove): che tipo di pittura si faceva da noi, quando M. Rothko dipingeva Red, Yellow, Red, oppure R. Rauschenberg i White Paintings? Che cosa si scriveva di critica letteraria ad Avezzano, quando G.C. Roscioni pubblicava La disarmonia prestabilita (1969)? Dopo dieci, venti, trenta, quarant’anni dalla sua uscita, c’è qualche libro del genere locale, che si può avvicinare – in qualche modo – a quella raccolta di studi su C.E. Gadda?
(Una domanda retorica). Quando C. Ginzburg ha iniziato a pubblicare la sua serie di libri un po’ strani, da noi si era giunti alla fase delle Annales oppure ci si trovava ancora alla storia come racconto di re crudeli, principesse capricciose e battaglie perse, ma con onore?
M’interessa perciò il rapporto tra ciò che era prodotto da noi e ciò che proveniva dalle capitali della cultura: essere dei provinciali esige almeno qualche sforzo d’imitazione e di copiatura, in ogni modo. Non è stato purtroppo così da noi, in numerosi settori dell’arte e della conoscenza, perché le persone deputate a farlo ignoravano o non riuscivano a decifrare certi prodotti dell’ingegno. (1/4)

giovedì 4 settembre 2014

Drowning Witch


Si può chiedere: quando si parla generalmente del sisma del 1915? Se ne tratta per abitudine, ogni 13 gennaio; noi c’imbestialiamo quando chi subisce prima una calamità naturale e poi la lentezza nella ricostruzione, si lamenta con le istituzioni centrali e indichiamo un pugno di baracche asismiche ancora in uso dopo quasi un secolo, nella Marsica. Mi capita d’accennare all’«eredità» del terremoto nel caso di qualche trasformazione architettonica immaginata o praticata con disinvoltura, dalle mie parti.
Quanti libri sono stati scritti sul nostro «terremoto»? Potrebbero essercene almeno quattro o cinque viste le generazioni che si sono succedute e invece...
Un saggio è solo la via migliore per comprendere un fatto storico importante o meno: si può ricavare un’idea decente di un avvenimento anche attraverso un romanzo, un’opera teatrale, una canzone ecc. Mancano anche nel nostro caso oggetti come: racconto, sequenza o documentario, poesia, fotografia e quadro che sparga almeno un barlume sul Novecento. Eppure, l’arte è un modo per aprire gli occhi alle persone. (Preferisco glissare sul capitolo: Intellettuali, critici di qualcosa, «eccellenze»).
Purtroppo, quanti sono stati messi nella condizione di speculare, ragionare, scrivere e divulgare sui fatti del 1915 e molto altro, si sono tenuti ben lontano dal compierlo e io, mi riferisco all’intellighenzia locale: decine di personaggi cui sono state intitolate piazze, slarghi, strade, aule, premi. Si tratta di persone che anziché usare il pensiero, agire come sentinella e indicare una direzione di marcia ai marsicani, hanno invece ripiegato sulla contemplazione e la ripetizione a scala locale delle visioni agro-pastorali di F.P. Michetti e G. D’Annunzio: situazioni riferibili a un mondo tramontato agli inizi dell’Ottocento, sono state stese a mo’ di trapunta sull’incombente modernità. (Le raffigurazioni della campagna fucense erano un tripudio di colori, vitalità e natura ancora negli anni Settanta – e seguenti purtroppo –, quando erano ben visibili gli effetti dello sviluppo economico, dell’impiego contemporaneo della chimica in agricoltura e dell’eliminazione d’alberi e siepi).
Sembra strano perciò, che si distingua tra paese «vecchio» e «nuovo», che la pianta della maggioranza dei centri fucensi, pare progettata almeno dopo il prosciugamento del lago (1878), che dopo la dura lezione del sisma si sia talvolta continuato a costruire grappoli di abitazioni attaccate le une alle altre, come nel (nostro) Settecento. Ci siamo sorpresi ovviamente, quando di recente la Regione ci ha mostrato lo stato un po’ inquietante delle nostre acque (superficiali, sotterranee): si saranno inquinate di colpo?
Che cosa ha elaborato – d’interessante o meno – ciò che è stata designata come l’intellighenzia locale, negli ultimi 60-70 anni? Penso che bisognerà sgomberare anche questo tipo di macerie.
Confido nella buona volontà di qualche giovane nell’intervallo che ci separa dal prossimo gennaio. (Eppure, Ignazio Silone era partito con il piede giusto a proposito del terremoto). (Il Martello del Fucino, 13)

martedì 2 settembre 2014