martedì 17 novembre 2015

Galilui


Torno brevemente sulla vicenda del libro di Galileo, visto il suo successo del post precedente.
Io immagino nella mia testa che dopo aver traslocato l’archivio diocesano di Pescina da noi, sia stato murato l’ingresso e passato tutto nel dimenticatoio. È poi arrivato Angelo Melchiorre 60-70 anni dopo, ha abbattuto la parete e ha preso a ordinare i libri, insieme a qualche sporadico collaboratore. È lecito immaginare che un gruppo ristretto (4-5 persone), abbia avuto un rapporto diretto con quel volume al momento del riordino. Melchiorre ne avrà comunicata la notizia al vescovo di allora.
Una volta entrato in funzione tale archivio, ci saranno stati sicuramente i classici topi di biblioteca che scovano tutto. È facile immaginare una ventina di persone che parlano di tale libro a 5-6 tra parenti, amici e conoscenti. Ognuno. I destinatari a loro volta, avranno anche loro raccontato di tale scoperta a parenti, amici e conoscenti.
Conoscendo una notizia del genere, me la sono tenuta per me e non ho nemmeno approfittato del mio rapporto con la rivista Il Velino – perciò del vescovo –, per chiedere di poter dare uno sguardo alla preziosa stampa. Ho bloccato la catena, almeno io ma è una vicenda conosciuta ad Avezzano.
Non era da farci un pezzo da tenere in «apertura» tutta la giornata, bastava infilarlo nella cronaca culturale. Tutto qua.

lunedì 16 novembre 2015

Nuovi post-moderni


Ho ricevuto una mail ieri pomeriggio alle 17,38. Era un collega che mi ringraziava di avergli inviato dei testi – a ora di pranzo. Anche lui al lavoro... Mi sono sentito «scoperto», ho perciò spento il computer e sono uscito per farmi quattro passi in santa pace e ho notato che mancava l’area pedonale. Ancora. Ho puntato la periferia e buonanotte ai rumori.
Mi ha fatto ripensare a un periodo a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta quando ogni cosa che si portava in facoltà era talvolta «una prova», «un test» o più spesso, «un tentativo». Si arrabbiava di brutto il mio maestro (buon’anima) perché noi in realtà, si stava proponendo almeno delle tesi. (Erano candidate a divenire di cemento armato).
È tutta invece una sperimentazione da noi e si ha paura perfino di chiudere il traffico automobilistico per 4-5 ore la domenica, quando circolano poche automobili. (Da parte di chi ha il potere, ovviamente).
La questione principale è trattare la città come se fosse una caricatura della stessa, di volta in volta: il mercato, il luna park, la pista automobilistica, l’oasi per i pedoni, eccetera.
(‘Heroes just for one day’). Ero a conoscenza di questa notizia da anni:
Non se n’erano mai accorti, almeno i benemeriti che hanno classificato tutto il patrimonio librario? Sarà loro sfuggito qualcosa, in mezzo a miliardi di miliardi di miliardi di libri…

sabato 14 novembre 2015

intermezzo


Ho poco tempo per il blog ed estraggo giusto un paio di questioni da quelle che volevo trattare in questa settimana.
Ho registrato freddezza sui media nei confronti di Luciano D’Alfonso dopo la sua trasferta a Palazzo Torlonia (Progetto Marsica). Sono solo promesse elettorali? Non ne ho idea e sono scettico al riguardo. Sono però sicuro di una cosa. Al posto suo non avrei toccato il tasto delle strade ferrate per il motivo che la Regione può far poco o nulla al riguardo, sia per quanto concerne la rete e sia per il servizio. Non batterei quel tasto negli anni Dieci, soprattutto.
Il doppio senso su via Roma. Il sindaco vuole infilare due piedi in una scarpa e non glielo si può certo impedire. Via Roma e via XX settembre sono tronchi interni della SS 5 e perciò arterie di scorrimento e non strade di collegamento inter-quartiere. Si può battezzarle in maniera diversa e farle funzionare in un altro modo ma poi bisogna provvedere con un’altra strada di scorrimento per le automobili che provengono dalla Tiburtina Valeria e devono raggiungere la stessa dopo Avezzano. Il traffico subirà dei rallentamenti, non bisogna avere la sfera di cristallo per vederlo.

sabato 7 novembre 2015

RM


Scrivo qualche riflessione sulle questioni romane, evitando di affrontare le beghe tra partiti.
Ho passato un anno e mezzo a Milano, nella seconda metà degli anni Ottanta. Funzionava tutto a meraviglia eppure la città era marcia fin nel midollo, come fu poi scoperto quattro-cinque anni dopo dalla magistratura (Tangentopoli). Un amico consigliò di scorciare pesantemente il programma elettorale di un candidato sindaco in un paese che non raggiungeva settecento abitanti, una ventina d’anni fa. L’unica necessità dei paesani – affermava sicuro – era di avere la strada principale pulita nei tre-quattro giorni di neve l’anno. Non di più.
È cambiato molto nel frattempo.
I Comuni appaltano ormai quasi tutto, rinunciando oltre al controllo sui lavori, anche a qualsiasi politica. Evitano anche esprimere dei giudizi sull’opera di persone, municipalizzate, cooperative, multinazionali che lavorano per la collettività. Subappalta in parte, chi prende il lavoro; il subappaltatore assume qualcun altro in nero, a sua volta. Il sistema tende perciò almeno alla fragilità ma ci si accorge di ciò solo nelle emergenze: non si conosce il nome di chi si occupa normalmente della zona in cui intervenire con celerità. Nessuno controlla la qualità delle prestazioni, in tale catena. (Gli appalti sono rinnovati alle stesse persone in modo quasi automatico). Va in questo modo l’Italia, in generale.
Un comune cittadino che ha un lavoro non ha bisogno di molto da parte dello Stato: trasporti funzionanti, raccolta dei rifiuti efficiente, code brevi nella sanità e poco altro. Non interessa il Mondiale di ping pong, la visita del presidente della superpotenza, il concerto del celebre tenore nella propria città.
L’ex-sindaco di Roma è caduto per non aver rattoppato le buche della Capitale, in fondo.

mercoledì 4 novembre 2015

and they were both out on highway 61


È uscito questo un paio di giorni fa, sull’Huff:
Sono arrivato a: «Amavo talmente i suoi film che, ricordo, organizzai una serie di cineforum attirandomi le ire indemoniate della stampa bigotta che titolava a tutta pagina “Porcile in Via XX Settembre”! Era la via dove abitavo» e mi ha riportato indietro negli anni, la memoria. (Manca il nome della testata, ma è facile immaginarlo, visto che da noi c’erano giusto Il Tempo e Il Messaggero con la cronaca locale).
Fu una delle esperienze più disgustose della mia adolescenza, quella; una di quelle che ti fa odiare a lungo il mondo degli adulti – si diventava maggiorenni a ventun anni. Una testata giornalistica attaccava un gruppo di privati – c’ero anch’io tra i soci del cine-circolo – che aveva organizzato un’iniziativa culturale senza timore, remore o sospetto di danneggiarlo nell’immagine ma soprattutto economicamente.
È anche bene ricordare che il regista friulano non era tra quelli «di punta» della rassegna – di là dei gusti. (Vuoi mettere don Luis Buñuel con Pasolini? Tanto per fare un nome).
Un siffatto titolo è giustificato da un paio di circostanze contemporanee: a) la proiezione di Porcile; b) la proiezione della stessa pellicola in un’abitazione particolare. Tale pellicola non faceva parte della rassegna, non ricordando male; le proiezioni si tenevano – com’era noto – presso il Cinema Marconi (per i giovani: incrocio via G. Mazzini con via Marruvio). Non infili mai una macchina da proiezione e addirittura uno schermo in un appartamento; dentro di quello, in particolare. (Sì, frequentavo quel posto e qualcuno si starà chiedendo se come allevatore o come maiale).
Questo era il giornalismo ad Avezzano, agli inizi degli anni Settanta e quei cronisti sono tuttora considerati come la crema della carta stampata.