martedì 20 settembre 2016


‘Voglio però ricordarti com’eri, pensare che ancora vivi’.

lunedì 19 settembre 2016

Torno sulla vendita della scuola elementare Collodi di Avezzano. Sul manifesto per la convocazione del Consiglio comunale del 1° luglio si leggeva al secondo punto dell’o.d.g.: PROGETTO DI RICONVERSIONE DELLA SCUOLA ELEMENTARE DI VIA GARIBALDI AD USO RESIDENZIALE ED ALTRI USI DI INTERESSE LOCALE (L.R. 49/12) AI SENSI DELL’ART. 14 del D.P.R. 380/01. Vale la pena dare una scorsa a tale recente legge regionale (15 ottobre 2012), in particolare gli articoli 3 e 4, spiegano i dati – in metri quadrati – apparsi nelle cronache: non erano perciò dei refusi.
La pletora dei nostri storici locali non è finora riuscita a chiedersi perché altri compaesani abbiano voluto costruire una scuola proprio da quelle parti, lungo via G. Garibaldi – un tracciato del «tridente» – nel secondo dopo-guerra. Io azzardo: per riunire, far studiare i bambini che abitavano nella zona sud-est del nucleo abitato; per indirizzare lo sviluppo di quella parte di Avezzano: era un elemento direzionale e anche un presidio dello Stato. (Si chiede proprio questo nelle zone «calde» del Meridione: una qualche presenza dello Stato come una scuola, una caserma, un centro per giovani o anziani, un campetto di calcio). È bene ricordare che quella zona è cresciuta seppur di poco ma costantemente negli ultimi decenni.
In una delle polemiche legate alla Corradini-Fermi, riferii di un dibattito durato alcune settimane a Milano nel primo periodo della giunta Pisapia (2011-16). Si trattava di utilizzare le scuole cittadine fuori orario per attività attinenti la didattica e la cultura: esse dovevano divenire strutture di quartiere vere e proprie. Ignoro com’è finita: l’importante è che qualcuno abbia posto la questione. (È meritevole di attenzione in proposito l’apertura della biblioteca dell’I.c. Collodi-Marini a chi vive nella zona sud). Andava perciò accresciuta la struttura della Collodi, c’era spazio per ospitare attività anche fuori dell’edificio – tra il 1969 e il 1972 è stata la palestra (all’aperto) del Vitruvio: me lo ricordo bene.
Il sindaco e l’assessore ai Lavori pubblici hanno rintracciato nella vendita degli elementi comuni con la vicenda dell’ex-ospedale di via Monte Velino, a fine giugno. Non è andata proprio allo stesso modo, a mio avviso:
a) è stata venduta un’ala del vecchio ospedale – inutilizzata da anni, tra l’altro – e perciò una porzione del complesso – mentre è stato messo in vendita tutto della scuola elementare: il Comune poteva trattenerne una parte, scegliere una diversa destinazione d’uso per la stessa ma ha preferito un’altra strada;
b) i due edifici servivano aree geografiche molto diverse per ampiezza: quello dell’ex ospedale (Asl 1 – Avezzano, Sulmona, L’Aquila) poteva (può) perciò essere trasferito altrove in qualsiasi momento a differenza di una qualsiasi scuola elementare (pubblica);
c) last but not least, la Collodi era l’unico servizio presente in quella zona; c’è invece di tutto intorno al vecchio ospedale.  Gli avezzanesi di quel «quartiere», non hanno più – per come si è dipanata la vicenda – né il servizio né l’area dove ricostruirlo o costruirne uno di altro tipo.

sabato 17 settembre 2016

Dopo il terremoto di cent’anni fa i compaesani (vecchi, nuovi) hanno ripreso le stesse pietre, non squadrate casomai e fabbricato nuove abitazioni. Oubliez! È finita lì anche dopo il sisma nell’Irpinia (1980), eppure la maggioranza degli attuali avezzanesi ricorda sia le scosse sia le crepe negli intonaci: una casa a norma ogni anno da allora – una villa monofamiliare per carità, non la classica palazzina con trenta appartamenti – e il patrimonio edilizio cittadino sarebbe più sicuro di quello che abbiamo. (Più cemento, staffe, acciaio; giunti tecnici). Trentasei costruzioni. Il terremoto nell’Aquilano (2009) è servito a confondere le idee circolanti da queste parti più che far crescere la sicurezza o almeno il suo desiderio nelle nuove costruzioni. (Qualcosa di buono si è cominciata a vedere in giro per i cantieri, in verità). Sante perciò, le parole di Fernando Boccia: «Alla mia domanda al vicesindaco: “Se la scuola riapre significa che è sicura. Ma quindi è sicuro che se fa una scossa di terremoto i nostri figli possono stare tranquilli”, la risposta di Boccia è: “Ma perché se fa il terremoto, casa tua è sicura?», M. Tirabassi, San Simeo, arrivano le telecamere di Sky e scoppia la bagarre, in «TerreMarsicane» 29 agosto 2016. (Parlava di «casa tua» non quella del conoscente rompiscatole o la sede locale dei nazisti dell’Illinois).
Era consigliabile la calma da parte di molti, una volta lette le parole del vice-sindaco dopo l’ispezione dei tecnici (Enea): «il complesso scolastico ha indici di vulnerabilità sismica superiori ai limiti definiti dalla relativa normativa […] il plesso scolastico Corradini/Mazzini/Fermi rientra nei parametri di legge per l’esercizio delle attività scolastiche», 7 settembre 2016. Come non concordare anche con Pietro Guida quando scrive: «Questa non è più adesso, una protesta contro le scuole che non sono sicure, è una rivolta contro il sistema. E’ una ribellione contro la politica, contro i tecnici e contro lo Stato stesso», MarsicaLive 6 settembre 2016.
Si sente parlare comunemente di «rischio sismico, idrogeologico e vulcanico». Da noi invece, oggi? Cammin facendo, molti di noi si sono persi qualcosa. Una vallata che frana ha effetti così diversi da un terremoto, è meno devastante? Al tempo della legge regionale cosiddetta salva- o ammazza-fiumi, io sono stato l’unico a scriverne, a schierarmi contro nella Marsica: «La differenza tra l’oggi [prelievo di sabbia e sassi dai fiumi abruzzesi] e trent’anni fa [cementificazioni, canalizzazioni] consiste nel fatto che allora, tu trovavi il democristiano che sbuffava, il comunista critico e il socialista che polemizzava di nascosto mentre nel 2015, i consiglieri regionali sono tutti d’accordo su tale legge», 17 luglio 2015. Schizofrenia, sciatteria, ipocrisia?
Non si è trattato secondo me solo della somma di una psicosi cresciuta al bar, nel web e di una strumentalizzazione politica fisiologica – ma fino a un certo punto. Mi chiedo invece: perché qualche centinaio di persone, un pugno di partiti si lamenta solo delle scuole ma non degli altri edifici frequentati dalla gente? (Sono numerosi: municipio, chiese, tribunale, ospedale, uffici, ipermercati, palestre, impianti sportivi, biblioteca, teatro, stadio, ex discoteche, eccetera). C’è in questa vicenda secondo me – posso sbagliarmi – anche un rigurgito di mentalità contadina presente nel DNA dei residenti: entra in ballo la discendenza più che l’affetto sbandierato ai quattro venti nei confronti dei cuccioli d’uomo. Chi risiedeva nel contado, viveva di ciò che produceva la terra – egli non si curava minimamente della vita cittadina –, mentre un artigiano, un artista o un brainworker del tempo andato portava sempre tutto con sé. Un contadino non poteva arrotolare il suo podere, metterselo sotto il braccio e cambiare aria in caso di calamità; egli doveva anche risolvere la questione della trasmissione dei suoi averi agli eredi – maschi.

P.S.: dispiace tanto per la morte di C.A. Ciampi

giovedì 15 settembre 2016

Potete leggere questo post da un’altra parte, tanto per farvi conoscere un altro sito:

lunedì 12 settembre 2016

Lo slogan «com’era, dov’era» ha più di un secolo di vita. Non mi attrasse quarant’anni fa (Friuli) e mi fu indifferente nel post-terremoto nell’Aquilano (2009): esso va utilizzato con parsimonia e cum grano salis. Dopo una devastazione è bene conservare lo schema di una città e i temi collettivi – quando è possibile. (Gli edifici saranno una copia di se stessi perché riempiti d’acciaio o altri metalli speciali).
Posso ricostruire un’abitazione dell’Ottocento ma tale manufatto era generalmente privo di servizi igienici, cablaggi, acqua corrente, elettricità e riscaldamento a differenza di quello distrutto da poco: lo voglio proprio così? Voglio il soffitto alto ancora quattro metri, l’obsoleto e buio corridoio, le finestre minuscole e l’intera costruzione che disperde il calore dei termosifoni durante l’inverno? (La questione in tal caso è: dove faccio partire la storia?).
Non solo. Fino a trent’anni fa potevo costruire o ricostruire ovunque mentre oggi è diverso perché noi possediamo un maggior numero d’informazioni sul comune e sull’area su cui poggiare le fondamenta di un edificio. È vantaggioso ricostruire un palazzo bellissimo e molto simbolico sistemato a cento metri da una faglia attiva o su un terreno che amplifica le scosse telluriche?

Qualche millennio di storia umana insegna che la prima cosa che hanno fatto i nostri antenati in caso di catastrofe è valutare se restare o abbandonare il posto dove vivevano.