mercoledì 17 gennaio 2018

Fitz 2

Riprendo il post del 12 gennaio. (Tratto ancora del pezzo: F. Proia, Il prosciugamento del lago del Fucino? Il tassello di un progetto molto ambizioso, in «MarsicaLive» 10 gennaio 2018). Tutto dipende dal mescolare argomenti troppo diversi. È bene partire da un documento di tipo storico, casca l’asino quando poi si affrontano questioni come l’impatto sull’ambiente di un’opera dell’uomo.
Ho già scritto – ovviamente inascoltato – che è meglio glissare circa l’impatto del prosciugamento del lago Fucino sul clima locale: non esistono dati o studi degni di nota – per il momento. Non si può però pensare – come traspare in qualche modo nel pezzo citato – che il prosciugamento di uno specchio d’acqua, abbastanza esteso, sia più dannoso di un intervento sull’alveo di alcuni fiumi per centinaia di chilometri. Da tutto ciò ne deriva che tale opera «per la difesa del Regno», avrebbe impoverito in molti sensi e reso meno navigabili di quanto già non lo fossero i corsi d’acqua interessati dal progetto. Ripeto: esso avrebbe provocato brevi periodi di piena e lunghe secche. (In pratica: io costruisco un fosso d’acqua per impedire ai soldati papalini d’attraversarlo e questo nei mesi caldi, proprio nel periodo migliore per assaltare, si trova senza nemmeno uno striminzito e solitario rigagnolo al suo interno).
Nel nostro comprensorio da anni ci si rivolge in cerca di buoni consigli – purtroppo – al passato locale, all’idea che se n’è costruita, anziché all’attualità oltre i nostri monti. (Al passato, non alla storia). La stessa storiografia ci dice tantissimo ma non tutto. Come comprendere ai nostri giorni che nella società italiana degli anni Trenta o Dieci del secolo scorso, la maggioranza degli adulti non avesse diritto al voto? Vi è di peggio. Immagino che siano quattro gatti gli interpreti capaci di misurarsi con uno spartito di JSB (1685-1750) o WAM (1756-91). (Si badi bene, in un Pianeta popolato da oltre sette miliardi e mezzo di persone).
La Regione non è a caso – e per nostra fortuna – pescaracentrica.

(Avviso agli amici). Ho la posta elettronica fuori uso (hackerata).

lunedì 15 gennaio 2018

New

Ho un po’ di cosucce da sbrigare e non ho molto tempo per scrivere; avrei voluto aggiungere qualcosa al post precedente: se ne riparla al prossimo.

La novità è l’uscita del mio Beth presso Aleph editrice – lo trovate al solito posto. La post-fazione è di Franco Botticchio, potendo interessare; è una pubblicazione «impreziosita» – come dicono i critici d’arte italiani – con quattro-cinque scarabocchi. (Sono proprio scarabocchi).

venerdì 12 gennaio 2018

Fitzcarraldo on the beach

Ho letto recentemente un pezzo che mi ha invogliato a ribattere. (F. Proia, Il prosciugamento del lago del Fucino? Il tassello di un progetto molto ambizioso, in «MarsicaLive» 10 gennaio 2018). Il progettista del prosciugamento «scrisse al Re per presentargli un progetto ingegneristico maestoso quanto avveniristico: congiungere Gaeta a Pescara. […] La cosa incredibile è che il canale che doveva unire Pescara alle Paludi Pontine [?], doveva passare proprio per il Fucino». Si trattava, infatti, di «unire il fiume Liri con il Pescara». Mi fermo qui: «questo progetto potrebbe sembrarci assurdo, ma se ci sbagliassimo?». Provo a rispondere nonostante le corpose differenze tra il mio mondo (2018) e quello di Afan De Rivera (1832).
I fiumi interessati dal progetto sono essi navigabili? La risposta è NO. È spontaneo chiedersi anche: perché? Si può tentare con successo la carta della portata: un corso in buona parte navigabile come il Po vede scorrere come minimo 270 mc/sec d’acqua, il Liri invece solo 5o – nel periodo della piena. (In breve: i fiumi dell’Appennino sono generalmente deliziosi da percorrere in kayak ma impraticabili per una barca anche di ridotte dimensioni; c’entra di mezzo il risicato spazio per il pescaggio dovuto appunto alla portata: di spostare le merci proprio non se ne parla). Facciamoci intrigare, in seconda battuta, anche dall’altimetria della grossa zona interessata dal progetto. Il canale – di là del suo percorso – passava da 2 m s.l.m. di Gaeta ad almeno 650 m s.l.m. del nostro lago, per poi precipitare a 4 m s.l.m di Castellammare Adriatico (Pescara). (Il Liri sorge a 1108 metri d’altezza). Tutto ciò spiega anche perché detti fiumi, siano difficilmente navigabili. È facile a questo punto, immaginare la presenza di salti, strettoie e curve dovute al dislivello da superare – a «salire» o a «scendere». (B. S. Fitzgerald faceva svalicare una montagna a un battello, ma si tratta di un film del 1982). E poi, un conto è risalire controcorrente in una zona quasi pianeggiante un altro è da queste parti – con i mezzi in dotazione nel 1832.
Il canale è completamente diverso dal fiume perché artificiale tutto o in parte. (Perché non possiede la complessità di un alveo). Orbene, che cosa succede quando si addolcisce o si elimina la curva di un corso d’acqua? Quando invece si scava un alveo per eliminare un salto? Aumentano nei due casi la velocità e la portata dell’acqua; nel progetto di cui io sto amabilmente discorrendo tutto ciò avrebbe causato – al netto dell’immane, incalcolabile dissesto idrogeologico innescato – una contrazione del periodo di piena e l’allungamento di quello di secca. (La portata nel periodo di secca dell’Aterno-Pescara, ammonta ai nostri giorni a 7 mc/sec). Di là del fatto che un conto è prelevare un quintale di ghiaia verso la foce del Po, un altro è la stessa quantità di materiale a una quota di 5-600 metri – è tanto più criminale quanto più si scava salendo in alto, dove l’ecosistema è più fragile. È bene anche segnalare che una tale opera avrebbe comportato l’eliminazione della vegetazione a ridosso delle sponde. (Tralascio ciò che sarebbe avvenuto tra il lago Fucino e il fiume Pescara).
Oggi un progetto simile fa semplicemente sorridere considerando le conoscenze scientifico-tecnologiche che possediamo, ma esso avrebbe avuto una sua rispettabilità fino agli anni Cinquanta del secolo scorso – questo sì, incredibilmente con il senno di oggi.
Quanto ai vantaggi di tale opera, «A livello commerciale ci saremmo potuti aspettare gli stessi benefici dell’istmo di Panama o di Suez», io riporto invece questo: «nei primi 9 mesi del 2017, sono transitate attraverso il canale 667,8 milioni di tonnellate di merci […]. Sempre nei primi 9 mesi del 2017, sono transitate nel canale di Suez 12.934 navi (di queste circa un terzo sono portacontainer)», in R. de Forcade, Record di traffici nel canale di Suez. Che batte Panama 4 a 1, in «IlSole24Ore» 31 ottobre 2017. Si tratta di quarantasette navi ogni giorno! (Non ho ancora capito che cosa dovessero spostare, da Gaeta all’Adriatico e viceversa ma è una questione mia).
Perché tale progetto non ha visto la luce? Non ne ho idea ma penso soprattutto per il suo costo sproporzionato – si trattava d’intervenire su centinaia di chilometri! Un’opera simile avrebbe danneggiato in modo irreparabile l’economia delle zone interessate, dell’agricoltura in particolare. La storia umana m’insegna inoltre, che esistono prima le merci da far viaggiare celermente e poi l’idea d’allargare, costruire nuovi tracciati.

«ma se ci sbagliassimo?»… Un consiglio disinteressato ai giovani compaesani che mi leggono: lasciate questo posto finché siete in tempo. E soprattutto, non pensateci più.

mercoledì 10 gennaio 2018

on demand

Brutta bestia la pigrizia, in fondo che ci voleva a digitare «agorà» su un motore di ricerca? Non ho preso bene la frase «L’incontro di Dio con il popolo si manifesta proprio nell’agorà, in piazza»: perché?
L’antico termine (agorà) ha cambiato significato nel corso della sua storia, esso è associato generalmente alla filosofia e da usare con moderazione quando non da evitare negli altri campi.
La piazza europea ha visto svolgere di tutto nel corso dei secoli, a differenza di oggi con il rischio di essere banalizzata in parcheggio. Che succedeva, tempo addietro, nelle rimanenti «Piazza delle Erbe» italiane? Davanti al duomo di Milano? Di fronte al palazzo del principe in una grossa città? La religione ha perciò a che vedere con la piazza in casi e periodi particolari. (Quarant’anni fa scoprii con sorpresa che la famosa democrazia ateniese era il governo dei benestanti, partecipando alla vita pubblica una persona su sei. A proposito: l’agorà e il foro dei Romani sono la stessa cosa? L’agorà e la nostra piazza invece? Wikipediate gente…).
Almeno noi contemporanei abbiamo come punto di riferimento proprio l’edificio sacro (chiesa, moschea, sinagoga, tempio, sala di preghiera) più che lo spazio prospiciente – i riti si svolgono all’interno dopotutto.
È arduo confrontarsi con almeno venticinque secoli della nostra storia ed è perciò una vanità utilizzare il risultato di tale immane sforzo per impostare un’istallazione che dura sì e no un mese. Partendo dal taglio particolare che si è voluto imprimere a piazza Risorgimento nelle passate festività, mi sono già chiesto: che c’entrano con la religione le bancarelle? Scrivo invece adesso: che rapporto vi è tra la religione, il divertimento e la «giostra austriaca di fine ‘800»? (Perché non proporre ai ragazzini d’oggi i loro giochi?).
Riprendo dall’inizio. A dicembre ho sorriso anch’io alle canzonature della dirigente del Miur e della sindaca di Roma. Perché? Essenzialmente per la riproposizione dello schema Bertoldo > re. (Un velo pietoso sui contenuti). La presentazione delle iniziative per il Natale da noi ha visto invece un’inversione dei ruoli e ciò ha disorientato, talvolta indisposto. Di più. Nelle guerre – per quanto preventive – vi è un nemico ben preciso da attaccare non una nebulosa; soprattutto si spara ugualmente per fare danni mentre ad Avezzano sono state usate cartucce a salve.

(Ieri se n’è andato Mario Perniola).

domenica 7 gennaio 2018

Radio Bar(i) 2

Si è discusso in questo periodo di festività tra amici di come amministrare un comune; i trasporti e i servizi che potrebbero essere migliorati soprattutto nelle grandi città, la raccolta dei rifiuti e la sporcizia – soprattutto chi abita a Roma –, le tasse troppo alte per chi le paga in un agglomerato che veleggia verso il milione d’abitanti. Chi abita fuori, non ha minimamente accennato al restyling dell’immagine o del ruolo della città in cui egli vive: quello è un trip nato e sviluppato in queste parti, un posto in cui risiedono quattro gatti, nella periferia della Penisola – costa niente sognare, d’accordo. Un sindaco in fondo che deve fare? Deve provvedere per evitare le interruzioni dell’acqua potabile, le fognature intasate; deve assicurare la costante manutenzione delle strade e del verde, una distribuzione ottimale dei servizi – asili-nido aperti almeno per otto ore. Al cittadino medio interessa principalmente questo, non la star del cosiddetto belcanto, della danza, del teatro classico: basta spostarsi altrove come ho fatto io fino ai miei quarant’anni, per trovarseli davanti agli occhi. Mi sono raramente lamentato per la modestia della proposta culturale dalle mie parti, tale è stato il disinteresse per ciò che passava il convento.
(Passo al resto). Più di uno – non io, è bene precisare – ha notato una novità in questo periodo. Siamo abituati da decenni alle manifestazioni organizzate dal Comune e dirette a masse cospicue di persone; nell’ultimo scorcio del 2017 si è assistito invece a eventi per «gli amici e i parenti» – di chi ne è protagonista. Mi capita spesso di usare il termine circenses: non è un problema finché il popolino riesce a utilizzarli in qualche modo o risponde con il suo interesse. Mi sta bene tutto ciò; nel nostro caso pare ad alcuni che non si è avuta né il tipo di manifestazione per i pochi eletti – non se ne fanno dalle nostre parti –, né quella per le masse poco o per niente acculturate.
(Un sassolino nello scarpone). Sono stato contrariato dal fatto che alcuni organizzatori hanno giustificato, spiegato, trovato ragioni al cartellone natalizio – un dettaglio si dirà. (Altro che «gli artisti si riprendono Avezzano nel segno del Natale», secondo un titolo di AvezzanoInforma del 7 dicembre 2017). L’oggetto in questione – è bene rimarcarlo – è una serie di feste per di più secolari che riguardano almeno un Homo sapiens su sei, certo non una sconosciuta quanto oscura composizione di I. Xenakis o un incomprensibile quadro mai mostrato in giro di A. Reinhardt. Dice molto però al sottoscritto, tale dettaglio.
«evento natalizio all’insegna della tradizione cattolica», in Luminarie, musica, mostre e tante sorprese. Ecco il Natale 2017 del Comune di Avezzano, in «MarsicaLive» 8 dicembre 2017. La political correctness in cui siamo tutti immersi – nel bene, nel male – da decenni mi fa domandare immediatamente: gli altri cristiani invece? (Mi riferisco alla galassia delle chiese protestanti – l’aggettivo non è dei più felici ma è abbastanza efficace). Sarebbe stato utile a mio avviso, spiegare da parte degli organizzatori, considerando che ci tenevano, il nesso tra le bancarelle – per quanto si trattasse di stand – con il Natale dei cattolici. Non parlo di cattolici qualsiasi, ma di quelli avezzanesi negli ultimi quarantanove anni.
Io sono insofferente, per questioni anagrafiche, al termine tradizione. I più giovani possono invece registrare che sovente si abusa nell’utilizzo di «tradizione» e «tradizionale», riferito a usanze recenti o locali. Il kilt per esempio, non è un indumento tradizionale scozzese risalendo al Settecento; bisognerà aspettare ancora qualche altro secolo per definirlo tale. Un presepe ad Avezzano rimane esposto meno della metà del tempo che uno a Napoli, a conti fatti – ne parlava in un’intervista di Marco Belpoliti il maestro Roberto De Simone. È cambiato il presepe napoletano, perché sono mutati sia la società sia il suo immaginario; è avvenuto tutto nel giro di un paio di generazioni.

Tralascio il resto ma riporto questo brano nello stesso pezzo: «L’incontro di Dio con il popolo si manifesta proprio nell’agorà, in piazza». (Non ha tuttavia risparmiato le prevedibili critiche all’Amministrazione da parte dell’opposizione, tale dispiegamento ideologico).