venerdì 28 marzo 2014

Vasche 4


Volendo trattare la questione «Amplero» oggi, con la nuova – si fa per dire – impostazione: come procedere? Da fuori, chiedono di captare l’acqua da una parte della Marsica (valle del Giovenco) e portarla a un’altra dello stesso comprensorio (conca del Fucino). Le zone si trovano in sequenza secondo il corso del fiume e perciò la seconda (conca del Fucino), riceve già una quantità della risorsa dalla prima (valle del Giovenco). Si suppone anche che la seconda poiché tale (conca), utilizzi anche tutta l’acqua che si raccoglie al suo interno. Il Genio Civile d’Avezzano indicava la portata massima del Giovenco in sessanta mc/sec rilevata su una piena del 1952 – provocò allagamenti. La portata minima, la «secca» si era invece registrata vent’anni dopo (un mc/sec). La portata media era valutata trenta mc/sec. Il fiume riversa generalmente metà della sua portata nel Fucino.
Era pensabile captare acqua dal Giovenco per «il Fucino» o per «l’agricoltura» perché ci si doveva aiutare tra marsicani o tra democristiani, fino a trent’anni fa. Tale coperta di tipo ideologico è divenuta più corta, dopo tali cambiamenti e pertanto ci si aspettano dei conflitti. Ciascuno deve fare la propria parte nella vallata d’appartenenza pur vivendo in un sistema più ampio (Autorità di bacino dei fiumi Liri-Garigliano e Volturno; essa comprende alcune zone di Abruzzo, Lazio, Molise, Campania e Puglia): utilizzare al meglio la propria risorsa per sé e per chi si trova almeno dopo di noi. Manomettere il letto di un fiume con briglie, alvei o sponde di cemento, provoca a ripetizione frane e smottamenti «a monte» e allagamenti «a valle». Bisogna evitare contaminazioni dell’acqua per uso agricolo, industriale e civile. (Sembrano raccomandazioni banali ma purtroppo non lo sono, nell’Italia delle innumerevoli frane e della «Terra dei fuochi»).
Invasi da utilizzare per l’agricoltura (per l’industria, l’artigianato o il turismo) nel Fucino? È una faccenda che riguarda solo noi abitanti della Piana e non quelli della precedente valle del Giovenco né quelli della successiva valle del Liri. (4/5)

lunedì 24 marzo 2014

Vasche 3


I cambiamenti registrati in questi tre decenni, quali sono? Ne segnalo giusto un paio. L’espressione «impatto ambientale» – importata dagli Stati Uniti – è stata codificata dall’Europa e dopo pochi anni adottata dagli stati membri (337/1985/CEE). Si è poi approdati all’Autorità di bacino, dopo svariati convegni organizzati da partiti e associazioni ambientaliste intorno alla metà degli anni Ottanta, sui bacini idrografici – c’entra a pieno titolo l’idrografia. Tali enti sono stati varati oltre vent’anni fa soprattutto per porre un freno al degrado e al dissesto del territorio nazionale (183/1989).
Di là dei risultati ottenuti, m’interessa segnalare come tale forma di controllo del territorio ha cambiato la nostra percezione e la nostra narrazione dell’ambiente circostante. Ci si è accorti – meno del dovuto, secondo me – dell’inadeguatezza del nostro sistema amministrativo. Nel nostro caso: abbiamo poco a che fare con l’Abruzzo e la provincia aquilana; il nostro comprensorio dovrebbe essere meno esteso volendo mantenere il toponimo Marsica. Noi riusciamo anche a vedere e distinguere meglio i singoli tronchi di tale sistema: valle XYZ non è solo un paio (o più) di gruppi montuosi che procedono affiancati ma soprattutto un territorio unitario e in equilibrio in cui torrenti e fiumi rappresentano una specie di spina dorsale. (3/5)

giovedì 20 marzo 2014

Vasche 2


L’«altra parte» ha eseguito invece il copione classico del politicante quando vuol far passare opere pubbliche cui non crede abbastanza: l’invaso è strategico per l’agricoltura, necessario per lo sviluppo della Piana, ecc. (Da inserire nella cornice: se le cose vanno bene nel Fucino, ci guadagna anche tutta la Marsica). Ci fu assicurato (2007) che la «torcia al plasma» era irrinunciabile per il rilancio dello stabilimento ma il suo progetto fu ben presto messo da parte alle prime avvisaglie di crisi alla Micron, anche per un calo di attendibilità dell’azienda nei confronti delle amministrazioni locali oltre che per le proteste dei comitati spontanei e la rinuncia di Luco dei Marsi a ospitare l’impianto.
«Ancora co’ ‘sta storia…», è la frase tra l’annoiato e lo spazientito ripetuta da alcuni vecchi conoscenti quando ho preso a raccontar loro i contorni della questione. È cambiata sia la situazione nazionale e sia locale in realtà, ma non il tipo di progetto, la sua giustificazione e forse le persone che lo propongono o lo sponsorizzano di nuovo. (2/5)

domenica 16 marzo 2014

Vasche 1


Penso che il pezzo Amplero… Amplero… sei tu Amplero? (Martello del Fucino 19, 2013) sia da ritenere definitivo sulla vicenda. (Spero che a breve, la stessa cambi denominazione: si abbia almeno il buonsenso di proporre per le vasche una località meno infelice). Avendo vissuto il cosiddetto Amplero1, preferisco mantenere un basso profilo, ma non posso non chiedermi: perché non li han costruiti – più che rimuginati per decenni – negli anni Cinquanta con tutto quel denaro ancora in circolazione, con una classe politica più lungimirante dell’attuale e del supporto tecnico dell’Ente Fucino appena insediato (1951)? Perché soprattutto non ci ha pensato il fascismo, con la sua predilezione per il mondo rurale e i rapporti più che buoni tra Mussolini e i Torlonia?
Ho accennato di recente a una manifestazione alla Ferriera contro l’invaso negli anni Ottanta e ci torno sopra. I pescinesi erano molto arrabbiati perché: 1) avrebbero prelevato altra acqua dal loro fiume, da portare altrove, 2) avevano il timore che l’esigua portata («pisciarello») del Giovenco potesse scendere ancora, una volta costruito il vascone nella zona di Collelongo. Essi erano anche coscienti che per essere com’è, un fiume impiega millenni e perciò temevano lavori di sorta. (Era il tempo della cementificazione dei corsi d’acqua impiegando fondi FIO; si preferiva anche eliminare alberi, siepi e arbusti dagli argini più che investire in manutenzione. In una scheda per il convegno Contro lo scempio ecologico degli ambienti fluviali d’Abruzzo – Pescara 1985 –, scrissi del corso d’acqua in questione: «Le sponde sono intatte» a differenza di quasi tutti gli altri. Del Liri, tanto per restare dalle nostre parti). Essi consideravano infine un sacrilegio – abituati a vedere l’acqua venir giù (dolcemente o in modo violento, non importa) – prelevare il prezioso liquido e innalzarlo a una certa quota per poi inviarlo altrove. (1/5, Il Martello del Fucino 5, 2014)

venerdì 14 marzo 2014

Intermezzo


Leggo a proposito del centro commerciale (Immobil Marsica) lungo la Tiburtina Valeria, che saranno costruiti: «parcheggi pubblici, viabilità di accesso, segnaletica verticale e orizzontale, fogne, acquedotto, verde e arredo urbano, illuminazione e una rotatoria. Opere che, una volta completate, diventeranno di proprietà del Comune» – Morfeo fa il centro commerciale, 700mila euro di lavori per la città, in «Il Centro» 13 marzo 2014.
Mi chiedo: come potrà succedere tutto questo? Parcheggi pubblici, verde – immagino pubblico anch’esso – e arredo urbano (fontanelle? panchine?) dentro un centro commerciale privato? (Che cosa seminare dentro una rotatoria: carote, fiori, lattuga, erba, zucchini? Roba da guerrilla gardening…).
(Di là del fatto che era – senz’ombra di dubbio – meglio ristrutturare qualche capannone abbandonato da poco o da anni).
Ho notato – non ricordo con quanto piacere – che il mio blog, da oltre un mese a questa parte è più seguito all’estero che in Italia (rispettivamente 72% e 28%, per essere pignoli).

mercoledì 12 marzo 2014

la Terra dei Carciofi


Ai trentenni.
Il miglior pezzo sull’incendio di San Marcello (Celano, 4 marzo) è questo:
Non mi stupisce che i partiti all’opposizione (tutta) abbiano preso l’episodio per attaccare l’attuale amministrazione, ma un briciolo d’ipocrisia in meno non avrebbe guastato. La vasta discarica abusiva è stata «ripresa» e fotografata nel 2008, ma è facile immaginare che per coprire una tal estensione, non sia bastata una settimana, un mese o due di scarichi abusivi. (Senza contare il fatto, che gli autori delle fotografie e del video non sono celanesi).
Hanno accostato in modo improprio «la Terra dei Fuochi» all’incendio alle porte di Celano le testate giornalistiche online. (C’è cascata – purtroppo – perfino la miglior testata abruzzese).
Il malavitoso campano appartiene a un’associazione che «coltiva» attraverso il fuoco, il flusso di rifiuti smaltito illecitamente. La sua attività serve a cambiare tipologia al rifiuto e far salire il prezzo del suo trattamento e a tenere lontane ruspe e sguardi indiscreti. Il «razzolatore» fucense si serve del fuoco per separare i metalli dal legno, dalla plastica e dalla gomma. A differenza del malavitoso, egli non ha bisogno di un’organizzazione e si muove alla luce del sole; seleziona, raccoglie e incendia nel pomeriggio e poi torna il giorno seguente a ritirare. (Il «razzolatore» di metalli, s’intende).
Non è il primo né l’ultimo incendio da quelle parti, checché ne dica le nostre autorevoli fonti d’informazione.